Reader’s – 31 gennaio 2023. Rassegna web

Se l’incoscienza di qualche potente, magari alimentata anche da una sciagurata corsa agli armamenti, è giunta al punto di prendere in considerazione il rischio di un conflitto mondiale per l’Ucraina, la sola possibilita’ di salvare il pianeta da un disastro definitivo è la stessa deterrenza tra i blocchi che lo ha salvato nei settant’anni trascorsi. E l’equilibrio del terrore richiede che la Cina, pur restandone saggiamente al di fuori pensando ai suoi guai col Covid e alla sua economia, non rinneghi la solidarietà politica con la Russia. Ne scrive oggi Piero Orteca su Remocontro. La rassegna prosegue con alcune considerazioni di Alessandro Gilioli sulla candidatura di Cuperlo alla segreteria del PD, resa improbabile dal troppo tempo trascorso in una lodevole quanto rassegnata opposizione. Seguono un breve commento di Marnetto sul caso Cospito e un’interessante accostamento di Dio all’inconscio proposto da Giovanni Lamagna. Buona lettura (nandocan)

Piero Orteca su Remocontro

Cina tra guerra Stati Uniti-Russia e Covid, sceglie l’economia a costo di un milione di morti

Pechino contro le accuse americane di sostegno alla guerra. «La Cina non getterà mai legna sul fuoco e mai sfrutterà la crisi», protesta il ministero degli esteri di Pechino. 
«Gli Stati Uniti sono quelli che hanno innescato la crisi ucraina e il principale fattore che l’ha alimentata: hanno continuato a vendere armi pesanti e armi d’assalto all’Ucraina, cosa che ha solo prolungato e intensificato il conflitto».
E un avvertimento sul sostegno Usa a Taiwan, avvisandoli che non dovranno oltrepassare alcuna ‘linea rossa’.

La vera sfida planetaria Usa-Cina, sperando che lo scontro in corso con la Russia non tracimi nel nucleare travolgendo ogni futuro. Ma intanto la Cina pensa all’economia più che alla guerra, anche se anche lì, scopre Piero Orteca, abbiamo un numero impressionante di vittime.

Prima l’economia, costi quello che costi

La Cina, che sembrava un rullo compressore, sta facendo i conti, più di quanto ci si aspettasse, con la crisi economica planetaria. Una chiave interpretativa corretta, lega, ovviamente, questo trend negativo alla pandemia da coronavirus, alla sua gestione triennale (la politica “zero-covid”) e all’improvviso cambio di strategia sanitaria, lo scorso dicembre. Oggi, la Cina cresce poco (rispetto ai suoi standard abituali), vende molto di meno, per il fisiologico calo della domanda internazionale e, soprattutto, si sta progressivamente indebitando a un ritmo preoccupante. Ha fatto il passo più lungo della gamba? In un certo senso sì. Nella foia di centrare tutti i programmi di sviluppo, fissati per la fatidica data del 2035, ha continuato a pompare liquidità nel sistema, finanziando a occhi chiusi di tutto. In primis, progetti infrastrutturali, in patria e all’estero.

Intreccio sfera economica e sistema politico

La verità, però, è che il gigante asiatico, al di là dei numeri non proprio soddisfacenti, presenta dei delicati intrecci che legano la sfera finanziaria e produttiva alle trasformazioni del sistema politico. Ci sono, insomma, problemi congiunturali (Covid, riflessi sulla catena degli approvvigionamenti durante la fase post-pandemica, guerra in Ucraina) e ‘riassestamenti’ del vertice istituzionale e della macchina amministrativa. Il terzo mandato a Xi Jinping, come Segretario del Partito comunista e, prossimamente, in qualità di Presidente della Repubblica, ha dato il via a uno “spoiling system”, che sta rivoltando i piani alti della burocrazia. Soprattutto quella dei Ministeri economici e delle istituzioni finanziarie.

‘Spoiling system’ alla cinese

L’analista Wendy Wu (South China Morning Post, di Hong Kong), da Pechino, proprio ieri, ha scritto che le prossime sfide che attendono la nuova leadership cinese sono molto impegnative. Intanto, perché Xi ha cambiato tutto lo zoccolo medio-alto dei dirigenti del Partito e lo stesso farà, a marzo, con quelli dello Stato. I cinesi sanno che devono accelerare in certe aree (come ad esempio quella della tecnologia più sofisticata) e darsi una calmata in altri settori, come quello degli investimenti locali a debito. Ma, per il Partito, prima di ogni cosa, diventa prioritaria la difficile fase di transizione, dalla rigida politica “zero-covid” a quella di un’improvvisa riapertura sociale dovuta all’eliminazione delle restrizioni.

Faccia a faccia con il Covid libero

Una misura presa, rinnegando tre anni di strategia difesa a denti stretti, soprattutto per fare ripartire l’economia e rimettere in moto un ciclo virtuoso, che era stato ‘congelato’ dai divieti imposti per arginare il coronavirus. Una mossa che, se da un lato ha dato nuovi stimoli ai mercati e agli obiettivi economici del Partito, dall’altro ha avuto devastanti ripercussioni sul piano sociosanitario. Così, gratta gratta, proprio un’inchiesta (Jane Cai) del South China Morning Post, punta l’indice accusatorio contro la gestione della pandemia condotta dal governo di Xi. In pratica, questa è la tesi, a Pechino sapevano che il loro sistema sanitario non sarebbe stato in grado di reggere l’urto della dilagante epidemia. E tutto questo per motivi molto gravi: carenza di posti letto negli ospedali, basso numero di terapie intensive esistenti, scarsità di farmaci e gravi lacune della medicina territoriale e di base, pressoché inesistente.

Sistema sanitario inadeguato

Viste tali premesse, il governo ha deciso di giocare d’anticipo, utilizzando il pugno di ferro e applicando restrizioni draconiane. Ha controllato la pandemia, è vero, ma ha affossato l’economia. Non solo quella cinese, ma in senso lato anche quella mondiale, perché la catena di approvvigionamento produttiva, di materie prime e semilavorati, parte proprio dagli scali del colosso asiatico. Ma questo ancora non era sufficiente per avere un’inversione di tendenza. Quasi sicuramente, il 20º Congresso di novembre ha dato a Xi Jinping l’opportunità di capovolgere tutto. O, forse, questa scelta può anche essere stata la risultante di una “trattativa” con altre scuole di pensiero nel Partito. Comunque sia, da situazioni di questo tipo non si esce senza traumi.

Da ‘zero Covid’ a ‘liberi tutti’

La politica “zero-covid” ha sollevato, magari senza troppo clamore, continue proteste. E alla fine, anche pericolose fibrillazioni, con la gente scesa a manifestare per le strade. La rivoluzione copernicana del “liberi tutti”, sta già aprendo un fossato tra i cittadini e il governo, per la palese incapacità delle autorità sanitarie di gestire il contagio dilagante. Con ‘zero-covid’ non ci si è preoccupati di spingere una efficace politica di prevenzione vaccinale. E oggi solo il 40% degli ultraottantenni ha fatto almeno due dosi. A complicare tutto, c’è anche il fatto che la variante “omicron” è altamente trasmissibile.

I pareri internazionali più accreditati dicono che la Cina, passando da una politica di chiusura totale a una strategia senza restrizioni, farà risorgere certamente la sua economia. Al costo di almeno un milione di morti.


Il lamento di Cuperlo

di Alessandro Gilioli

(Disclaimer: questione che interessa solo a politici di professione, comunicatori politici e giornalisti; forse manco a loro)

L’altro giorno Gianni Cuperlo ha scritto una lettera a Francesco Merlo, su Repubblica, chiedendogli perché viene filato così poco, perché a Rep. continuano a parlare solo dei due candidati più quotati nei sondaggi, poi si chiede provocatoriamente se deve imbavagliarsi come fece Pannella ai tempi, insomma “far sapere che mi sono candidato alla guida del Pd è come scalare l’Everest con le infradito”.

Cuperlo mi è sempre stato simpatico, e ne ho stima.

Ma (e mah):

  1. Far sapere che non ti fila nessuno è già di per sé un autogol comunicativo. E’ darsi degli sfigati da soli. E’ ammettere implicitamente di non esistere mediaticamente, quindi di non esistere nella corsa elettorale
  2. Il gesto iconico alla Pannella è morto definitivamente con gli stivali di Soumahoro. E’ servito eh, per anni, dal canotto di Grillo in piazza a Salvini sulla ruspa. Oggi è decisamente superato, probabilmente fa più danni che benefici.
  3. Sì, va bene, i giornali non sono mai neutrali, si sa, e posizionamenti pro Cuperlo non ne vedo. Quindi capisco la sensazione di battersi contro un muro di gomma – e la rabbia per non essere filati. Ma per lunga esperienza penso che i politici siano spesso troppo fissati con questo, vedono nemici dappertutto nei media, spesso ne sopravvalutano l’importanza, e soprattutto spesso attribuiscono ai media (cinici e bari) quel destino di irrilevanza che invece dovrebbero attribuire soprattutto a se stessi: magari anche chiedendosi se sono stati capaci di usarli o no, questi media (e tutti i media, non solo quelli mainstream)
  4. Esiste un territorio intermedio e “altro” tra Cuperlo e la Bestia? Intendo dire, esiste un territorio di comunicazione che non sia né un flebile e pensoso mugugno né un urlo fracassone e intestinale?
    Esiste un modo di conquistare la notiziabilità (PAROLA CHIAVE se vuoi emergere sui media) parlando di politica e non baciando salumi? Io credo di sì, che esista. Anche se è difficilissimo trovarlo e va sartorializzato su ogni candidato, su ogni specifica campagna elettorale, su ogni sentiment transitorio dell’opinione pubblica.
    Trovarlo è difficile, sì; ma provare a cercarlo, per un candidato, è più utile che lagnarsi.

Cospito

di Massimo Marnetto

La violenza è anticostituzionale. Cospito va ascoltato (e curato), ma non accontentato perché i suoi sodali lanciano molotov. Di fronte a casi come questo, lo Stato non deve subire trattative, ma autoconvocarsi in un’accurata riflessione. Nella fattispecie, credo sia utile ripensare l’applicazione del 41 bis fuori dai casi di mafia. Ma la ricognizione deve avere carattere generale – ”astratto” direbbero i giuristi – non essere indotta dal clamore di un singolo caso. 

Fossi l’avvocato di Cospito, gli consiglierei di dissociarsi da chi usa la violenza per imporre la revisione del suo caso. E invece lo inviterei a spiegare in un appello perché il regime di isolamento a cui è sottoposto è ingiusto. Solo così uno strumento nonviolento come il digiuno può sprigionare tutta la sua provocazione, contrapponendo la forza del contenuto (la giustezza), alla debolezza del contenitore (la magrezza).


Dio e/o inconscio

di Giovanni Lamagna

Ciò che gli uomini chiamano da vari millenni “Dio” o “divino” per me altro non è che l’inconscio. Nel duplice senso di “ciò che ci è ancora sconosciuto” e di “ciò che un tempo abbiamo conosciuto, ma abbiamo poi rimosso”.

L’aspirazione al “divino”, all’unità con Dio, altro non è che il desiderio di rendere conscio l’inconscio. Il freudiano “Laddove c’era l’Es ci sarà l’Io” è dunque un movimento di natura squisitamente religiosa.

Direi (quasi) un’esperienza mistica. Di espansione (volendo, continua e interminabile) del Sé cosciente, consapevole. Qui l’allusione al concetto di “analisi terminabile e interminabile” di Freud, con tutta evidenza, non è casuale ma del tutto voluto.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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