Reader’s – 23 dicembre 2022 rassegna web

Che guerra è

Newsletter n. 104 del 22 dicembre 2022

Cari Amici,
Zelenski non è Churchill e Churchill non andava in giro vestito da soldato, ma come Churchill andò nel 1941 nella baia di Terranova per invocare l’intervento di Roosevelt nella II guerra mondiale, così ora Zelensky è andato in America per chiedere a Biden e al Congresso – che lo ha festosamente accolto – il pieno coinvolgimento degli Stati Uniti nella sua guerra personale contro la Russia.

Ne ha avuto piena assicurazione, in pensieri opere ed armi, ma con l’esclusione dei dolori e del sangue lasciati al patimento del solo popolo ucraino. Questo è il prezzo della vittoria, se a tutti i costi la si vuole invece che la pace; questa la vorrebbero i popoli ma purtroppo non gli Stati e le loro organizzazioni collettive, militari, politiche e giuridiche.

Sotto mentite spoglie è già una guerra mondiale

Se guerra è, sotto mentite spoglie essa è già una guerra mondiale. È importante allora riconoscerla. È la stessa guerra che è stata combattuta nelle forme della guerra fredda nei decenni intercorsi tra la vittoria antifascista del 1945 e la rimozione del muro di Berlino nel 1989, e anche il Nemico è lo stesso, benché non più con la motivazione del comunismo, mentre il Muro, non più di pietra, non ci divide meno di allora.

Per una residua saggezza delle classi dirigenti dell’epoca e la resistenza dei movimenti popolari allora si evitò che la guerra fredda precipitasse in una guerra totale. Oggi non si vedono precauzioni che vengano assunte contro questa eventualità.

L’Europa è distratta dalla corruzione, e l’Italia promuove la caccia ai cinghiali nelle ZTL

È possibile però che la guerra sia stata assicurata e resa libera all’esercizio da un accordo stabilito tra i Servizi segreti per cui non si giunga fino all’uso delle armi nucleari. Così racchiuso nel segreto il futuro non può essere controllato da noi mentre la politica è irrisa, il diritto impotente e la democrazia è sospesa. Dal canto suo l’Europa è distratta dalla corruzione, e l’Italia promuove la caccia ai cinghiali nelle ZTL.
In tale situazione ognuno deve prendere le sue responsabilità e decidere in che cosa deve sperare.
Nel sito pubblichiamo un articolo di Domenico Gallo “Il rischio di una guerra totale”, e una rassegna sul pacifismo di Moreno Biagioni, “Il movimento pacifista tra utopia e realtà
Con i più cordiali saluti e i migliori auguri,


Biden e Zelensky dietro quello che ci raccontano

di Ennio Remondino

Al di là del nuovo pacchetto di aiuti militari da 1,85 miliardi, il presidente ucraino continua a chiedere a Washington armi che il suo alleato è riluttante a fornire. E a dirlo è il Washington Post. Obiettivo di Zelensky parzialmente raggiunto, ma meno armi e diverse da quelle sperate, mentre è raggiunto, almeno per ora, quello di Biden. Per ora perché da gennaio, con il nuovo Congresso, le cose potrebbero cambiare e il dissenso sugli aiuti militari aumentare.
Ma la diatriba tra ucraini e americani su quali armi ricevere/fornire ne nasconde una più profonda: quali e quanti territori si possono riconquistare militarmente. Mentre la Russia si attrezza a rendere la guerra eterna, sostiene Limes.

Le verità filtrate e quelle vietate

«Il passaggio più rilevante della visita a Washington del presidente ucraino Volodymyr Zelensky non l’ha offerto il diretto interessato, bensì il suo ospite Joe Biden» avverte Federico Petroni. Nella conferenza stampa congiunta, alla domanda «perché non date all’Ucraina tutte le armi che chiede?», il presidente statunitense ha risposto: «perché potremmo spaccare la Nato e l’Unione Europea». Traduzione attenta di Limes: «abbiamo un impero europeo da gestire, i nostri alleati non intendono provocare oltremodo Mosca e la nostra sfera d’influenza non reggerebbe una guerra vera alla Russia né una sua sconfitta totale».

Ipocrisia e scarica barile

Una mezza verità ipocrita, quella di Biden. Il presidente attribuisce ai soli alleati europei quello che è un preciso calcolo statunitense. «I primi a non voler superare le linee rosse moscovite sono gli stessi americani. Lo hanno dimostrato a più riprese, trattenendo i missili in grado di colpire la Russia in profondità, esortando Kiev a non dirigere offensive verso i territori più sensibili per Mosca (Crimea, Berdjans’k) e invitandola a mostrarsi più aperta a possibili negoziati».

La verità nascosta

«Tuttavia, la frase possiede un elemento di straordinaria sincerità», sostiene Petroni. «La guerra d’Ucraina non riguarda solo l’Ucraina. Il suo centro di gravità per gli Stati Uniti non è sul fiume Dnepr, bensì sul fiume Elba. Fin dall’inizio, Washington ha accettato il conflitto per proteggere il sistema Nato-Ue, compiendo un arrocco per preservare il proprio impero europeo dall’offensiva russa, che mirava a prendere Kiev come primo passo per allentare i rapporti euro-americani».

L’errore di Putin e l’obbedienza europea

Ma Vladimir Putin ha sbagliato i calcoli e gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presa sull’Occidente, usando proprio lui, Putin e la sua aggressione all’Ucraina come arma. Ma la obbedienza europea ha pure un prezzo politico americano oltre a quelli concreti e molto cari che già sta pagando l’Europa. «Detto altrimenti, per far vincere l’Ucraina non si può distruggere l’Europa, cioè rischiare di allargare il conflitto oppure spingere la guerra economica al punto da far crollare la prosperità del continente».

Fin dove conviene spingere la guerra

«Gli americani fanno sintesi delle opinioni interne al loro impero su fin dove spingere la guerra. Quando risulta loro più conveniente, parlano di indebolire in modo definitivo la Russia (posizione polacco-baltica) o, al contrario, di limitare il conflitto per non escludere una soluzione negoziale (posizione italo-franco-tedesca). Nelle prime fasi belliche, prevaleva la prima opinione. Ora prevale la seconda».

Non escludere la fase negoziale

L’effetto dell’escalation di fine estate, con controffensiva ucraina e minacce nucleari russe, è stato frenato in varie maniere, non tutte rilevate pubblicamente. Ad esempio un temporaneo accordo tra Stati Uniti e Cina per evitare che la guerra passasse da ucraina a mondiale. Esempio, il missile caduto in Polonia a novembre, proiettile trasformato in poche ore da russo a ucraino, con Kiev e Varsavia costrette ad accettare la verità. Di fatto, cosa sta accadendo dietro le quinte e di nascosto ai nostri occhi?

America-Cina, da vere superpotenze

‘Schema autocontenitivo’, lo chiama Limes. Zelensky a Washington e Dmitrij Medvedev a Pechino. Nella disattenzione di quasi tutti, americani e cinesi ricevevano ciascuno il proprio difficile cliente. Fra l’altro, aggiunge Petroni, mentre il presidente cinese Xi Jinping parlava col duro ex presidente Medvedev, Putin ammetteva che la Russia non ha le capacità tecnologiche per vincere la guerra, ma ha tutti i mezzi e l’intenzione di trasformarla in eterna, per costringere gli occidentali a trattare. Lettura cinese, finché il conflitto non si espande, fate pure.

Fronte Ucraino-americano

Non da conferenza stampa, gli Stati Uniti hanno detto e ripetuto a Zelensky che ritengono difficile per Kiev riconquistare altri territori ora che i russi scavano trincee e mandano forze fresche al fronte. «Vogliono che l’alleato rinunci a massicce operazioni, persino di terra, contro la Crimea, limitandosi a sporadici raid aerei o a sabotaggi come quello del ponte di Kerč». Dibattito formale sulle armi, di fatto e nascosto, quello sui territori da riconquistare. Gli ucraini chiedono sistemi con cui andare all’offensiva. Gli americani rifiutano, anche se forniscono armi sempre più sofisticate ma più utili in difesa che in attacco.

Non il cosa, ma il dove andare

Kiev vuole continuare a pianificare offensive, Washington le dice che fornirà intelligence per colpire là dove le posizioni russe sono più deboli, ma di non illudersi di sfondare e far collassare il fronte nemico. Prepara insomma il terreno a una rinuncia alla riconquista militare dell’integrità territoriale ucraina: se accadrà, sarà attraverso il negoziato, non sconfiggendo i russi sul campo. Henry Kissinger ha fiutato l’aria e ha ribadito la sua idea di fermare i combattimenti ai confini pre-24 febbraio, cioè prima di Crimea e repubblichette del Donbas.

Tempistica e budget Usa

Sino a dove, per quanto tempo e a quale prezzo? Le vite umane sono contabilità ucraina e russa. I dollari sono americani con molti euro di contorno. Il budget del Pentagono appena approvato contiene l’esorbitante cifra di 44 miliardi di dollari in aiuti e la guerra d’Ucraina si è trasformata in una guerra di superiorità industriale. Gli Stati Uniti, attingendo agli alleati, pensano di prevalere nel lungo periodo, con la Russia impegnata in una stessa gara. Mentre per gli ucraini, provare a vincere rapidamente è una necessità per sopportare l’inverno, e tenere unita la nazione nel sogno di recuperare la Crimea.

America, Cina a Russia, lo stallo per negoziare

Ciascuna con le proprie differenze, America, Cina e Russia sembrano voler arrivare a uno stallo che prefiguri una soluzione negoziale. Che non significa una soluzione e breve senza prima decidere su dove bisogna fermarsi, «non potendo escludere una nuova offensiva russa a primavera con la Bielorussia in campo. Analisi finale: «Gli sforzi delle tre potenze appaiono volti a guadagnare tempo, tutte convinte che quest’ultimo fattore, il tempo, non sia del tutto a loro sfavore. Non è una buona premessa».


Sovranità e democrazia nell’Unione europea

di Andrea Amato (Centro per la Riforma dello Stato)

Stato dell’Unione” e democrazia

Prima l’aumento vertiginoso post-covid delle materie prime, poi la guerra in Ucraina e la crisi energetica con l’inflazione, a cui si accoppia una dura prospettiva di declino industriale e di recessione. Questo è lo tsunami che si è abbattuto su un’Unione europea che stava per risollevarsi dalla pandemia. Lo ha ammesso recentemente, sebbene sotto forma di understatement, la stessa Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen1. Come reagisce a tutto questo l’Unione europea, nelle posizioni dei suoi vertici e nell’operato delle sue istituzioni? Dovremo fare un seminario specifico su questo tema, ma intanto vi si può accennare anche in maniera sincopata.

All’osservatore esterno non si presenta più l’Ue che durante la crisi pandemica, pur con mille difficoltà e contraddizioni, cercava di darsi una relativa compattezza politica. Al contrario appare più un’immagine picassiana – senza l’attributo della modernità. Volendo semplificare al massimo, si possono individuare cinque modi essere, cinque posture – per usare un vocabolo alla moda nel giornalismo politico – che non sono coerenti tra loro ma hanno un connotato comune, quello del “ritorno”. Le esprimo in forma interrogativa, lasciandone la risposta al dibattito.

1. Ritorno all’austerità e all’ordoliberalismo?

Lo fa supporre il rilancio, da parte della Commissione, della governance economica. Se ne occupano le relazioni di Ernesto Screpanti e di Paola Boffo. In ogni caso bisognerebbe capire fino in fondo – cioè al di là (e al di sotto) della guerra – perché questo accade dopo le aperture sociali pre-covid (pilastro sociale) e le misure hamiltoniane e keynesiane del periodo pandemico.

2. Ritorno alla disarticolazione – non frattura – nazionale?

Non che sia mai finita, ma appare una certa intensificazione. Macron vuole la difesa europea, Scholtz riarma la Germania. La Commissione vuole l’allargamento, una parte dei Governi non lo vogliono. Italia e Francia, per miopi calcoli di consenso partigiano, mandano in frantumi sull’immigrazione un’alleanza che poteva essere utile ai due Paesi e all’Unione europea.

3. Ritorno allo stallo e alla paralisi?

Energia, immigrazione, allargamento, congelamento dei fondi all’Ungheria… L’immobilismo dell’Unione Europa non è neutro. È abbastanza evidente chi ci rimette, ma forse dovremmo approfondire di più la questione per capire meglio chi ci guadagna, dentro e, soprattutto, fuori dall’Ue.

4. Ritorno dell’euroscetticismo?

Se ne sono avuti segnali in Italia durante la campagna elettorale. Possiamo immaginare cosa stiano producendo in questo senso gli ostacoli all’ingresso di Romania e Bulgaria nell’area Schengen.

5. Ritorno all’unanimismo?

Avevamo a suo tempo analizzato cosa c’era sotto l’unanimismo europeo nella lotta al Covid; ora assistiamo a un unanimismo ancora più roboante, quello contro la Russia, che ha trovato la sua espressione più stentorea nella stupefacente risoluzione del Parlamento europeo, approvata a stragrande maggioranza, sulla Russia sponsor del terrorismo, e che ha il suo più veemente rappresentante nella Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Ovviamente, non mi riferisco alla posizione sulla guerra, ma al fatto che proposte che non possono avere nessuna conseguenza pratica, come quella di una Norimberga per “i crimini della Russia”, non aiutano certo la prospettiva di un cessate il fuoco.

Quanto c’è, sotto questo unanimismo, di adesione a un sentimento diffuso, solo in termini di ricerca di consenso? Quanto di subalternità agli USA? Quanto di retaggio di un sentimento antirusso che riemerge trent’anni dopo la fine della guerra fredda? Un sentimento che può essere capito – anche se non giustificato – per i Paesi ex satelliti dell’Unione Sovietica, ma che ci deve interrogare a fondo quando riguarda l’Europa occidentale.

Questo desolante quadro della situazione dell’Europa politica ha un rapporto biunivoco di causa-effetto con l’assetto istituzionale dell’Ue e le sue manchevolezze democratiche. La democraticità dell’Unione è una questione che riguarda, più che altri soggetti sociali, i lavoratori e le classi subalterne.

Infatti, se da un lato, come sembra evidente, la loro condizione è destinata a peggiorare, dall’altro, i loro destini dipendono in gran parte dalle decisioni che vengono o non vengono prese a livello europeo. Dico in gran parte perché ci sono gli altri due versanti che contano molto: quello globale e quello nazionale. Ma, di converso, quello che fa o non fa l’Europa ha un grande peso sia a livello globale che nazionale. Quindi, per i lavoratori e le classi subalterne, riuscire a incidere sulle decisioni che prende l’Unione europea è questione decisiva.

Certo, ci sono diverse condizioni soggettive affinché questo avvenga. Le due più importanti sono:

– promuovere conflitti che abbiano respiro europeo,

– darsi organizzazioni politiche di dimensione europea, che non siano semplici network di partiti nazionali.

Ma c’è anche una condizione oggettiva: l’esistenza di un quadro istituzionale che permetta alla volontà dei cittadini europei di essere correttamente rappresentata da chi prende le decisioni nell’Unione europea. Dove per “correttamente” deve intendersi “democraticamente”. Non è più possibile rimandare di affrontare la grande questione della democrazia europea. Tenendo ben presente che questa questione, come detto, non può essere risolta senza una grande offensiva per cambiare l’attuale sistema istituzionale europeo, sapendo bene che essa non può essere disgiunta dalle lotte per l’avanzamento delle condizioni materiali e di vita. Questo è vero sempre e dovunque, ma oggi più che mai in Europa.

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Micro-patria

di Massimo Marnetto

Davanti agli ambasciatori, la Meloni ha svolto una lezione sulla sovranità. Che viene minacciata dalle dipendenze: energetiche (gas russo) o militari (protezione americana). Alla Presidente è sfuggito un altro fattore che ci fa perdere sovranità: il debito pubblico. Che aumenta a causa dell’evasione fiscale, indotta anche dai condoni. Quando la Banca Centrale Europea ridurrà drasticamente gli acquisti dei nostri titoli, dovremo piazzarli dipendendo dal mercato. 

Per ridurre questa cessione di sovranità, la Meloni dovrebbe promuovere il patriottismo fiscale. E invitare ogni commerciante a emettere lo scontrino, ogni idraulico a staccare una fattura e ogni cittadino a pagare la sua quota di tasse, per ridurre il debito pubblico e così la dipendenza dello Stato dal credito straniero. Ma questo incitamento cozzerebbe col primato della famiglia, l’unica micro-patria per molti italiani, a cui si deve dedizione e risorse; tutto il resto è borseggio (tasse) e spreco (welfare) a favore di fannulloni (poveri). 


  • Contro la guerra
    da Remocontro Nessuno è così stolto da preferire la guerra alla pace, poiché in tempo di pace sono i figli che portano alla sepoltura i padri, mentre in tempo di guerra sono i padri che seppelliscono i figli.(Erodoto). La guerra nutre se stessa (Tito Livio) Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loroContinua a leggere “Contro la guerra”
  • La mancata insurrezione iraniana: ‘i curdi hanno rubato le armi’
    Temo proprio che non sia consigliabile, e in molti casi perfino impossibile prendere sul serio molte dichiarazioni dell’attuale presidente Usa (speriamo per poco, una rielezione sarebbe fatale). Gli osservatori più seri lo sanno ma fingono di prenderle in considerazione (per non rinunciare allo scoop), prendendone tuttavia le distanze. Tanti altri invece si affrettano ad amplificarleContinua a leggere “La mancata insurrezione iraniana: ‘i curdi hanno rubato le armi’”
  • I due americani
    Trump non è la civiltà americana, ne è solo un usurpatore e un sintomo grottesco, ma è pur vero che il Congresso non lo ha fermato, l’esercito non si è ribellato, i giudici hanno dovuto tacere, gli infermieri non l’hanno prelevato, il suo staff lo ha sostenuto. Quello che è finito è però il mito americano, di cui anche noi siamo stati vittime, il mito o “sogno americano”, “libertà democrazia e libera impresa”, in nome del quale sono state portate guerre e maledizioni in tutto il pianeta, e popoli interi resi servi, e i “valori occidentali” contrapposti al “resto del mondo”, parola del “Corriere della Sera”.
  • L’Iran e il crollo dei doppi standard
    dí Francesco Sylos Labini La guerra in Ucraina è stata largamente interpretata, nella narrazione dominante dei media mainstream, come una guerra di aggressione imperialista: secondo questa lettura, Putin avrebbe deciso di negare l’indipendenza dell’Ucraina, puntando a riassorbirla nella Russia, in una logica spesso paragonata a quella della Germania nazista nel 1939. In questa prospettiva, negoziareContinua a leggere “L’Iran e il crollo dei doppi standard”
  • La guerra persa da cui Trump non sa come uscire
    Appare ormai molto credibile che solo la prevista sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di medio termine possa riuscire ad allontanare il rischio di “un prolungamento distruttivo per tutti” dopo la minaccia di un intervento di terra per spaventare il regime iraniano. Si spera che l’isolamento di Trump non solo negli Stati Uniti ma anche inContinua a leggere “La guerra persa da cui Trump non sa come uscire”

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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