Guerrafondaio. Chissà se, ora che va di moda esprimersi in inglese, c’è ancora qualcuno che usa questa vecchia parola molto eloquente. E da quando sappiamo che la “Leonardo” è una società a partecipazione statale, guerrafondai in un certo senso lo siamo un po’ tutti. Per quanto spregiativo, il termine è adatto a descrivere chi della “guerra a fondo”, cioè “ad ogni costo” ha fatto addirittura la sua professione. Come nel titolo di un vecchio film di Alberto Sordi, “Finché c’è guerra c’è speranza”.
Chi guadagna con la guerra in Ucraina. Un’altra vetrina per il commercio delle armi.
Francesco Palmas su Avvenire dell’8 dicembre
Le industrie belliche, controllate anche dai governi occidentali, non conoscono crisi. Fatturati giganteschi, sulla pelle di chi muore e dei poveri dimenticati.
Cinquecento miliardi di dollari: è il fatturato realizzato l’anno scorso dai cento colossi principali dell’armamento mondiale secondo l’ultimo rapporto del Sipri, l’autorevole Istituto per la pace svedese. In 365 giorni, l’incremento sfiora il 2%. E i dati avrebbero potuto essere ancora più opulenti se non avessero risentito degli ultimi strascichi della pandemia, che ha azzoppato scambi e logistica, impedendo la maggior parte delle fiere internazionali di morte, cenacolo di nuovi affari.
È come se i colossi delle armi non conoscessero la parola crisi. I loro guadagni crescono ininterrottamente da sette anni a questa parte. Equivalgono alla ricchezza nazionale che un Paese prospero come il Belgio riesce a mettere su in un anno. E il futuro si annuncia altrettanto roseo, perché la guerra in Ucraina sta gonfiando i bilanci militari in tutta Europa. La sola Germania ha sbloccato 75 miliardi di euro per comprare nuove armi. Italia, Francia, Polonia, Belgio, Olanda e Paesi Baltici hanno in animo di rinverdire tutto il parco terrestre, aereo e navale.
Una manna per i mercanti: diversamente dalle altre industrie (52,6%), le loro aziende vivono di commercio (80,4%). Alimentano i traffici internazionali di armi, che sono spesso una partita di giro, benefica anche per la bilancia dei pagamenti degli Stati in cui operano.
La nostra Leonardo, cresciuta del 15% in un anno, è controllata al 30,2% dal governo italiano. È il dodicesimo gruppo mondiale del settore armiero: le sue ricchezze dipendono per l’83% dai contratti bellici.
Nella vicina Francia, il discorso è identico: lo stato possiede l’11% di Airbus, il 18% di Safran, il 34,9% di Thales, il 62,3% di Naval Group, il 50,38% di TechicAtome e due seggi su sette nel comitato di sorveglianza di Knds, tutte aziende che hanno potenziato i ricavi l’anno scorso (15%). Complice la guerra, il clima si sta deteriorando.
La Banca europea per gli investimenti ha allentato le maglie. Dal 2017, consente finanziamenti di tecnologie duali, valevoli per il mondo civile ma integrabili nei sistemi d’arma.
Perfino il Pnrr è ambiguo: non vieta a priori di dirottare risorse sugli investimenti militari.
Nel pubblicare il suo rapporto annuale, l’Istituto per gli studi sulla pace di Stoccolma si mostra insolitamente prudente. Preconizza difficoltà venture per i giganti delle armi, per due motivi: la crisi dei semiconduttori e l’embargo sulla Russia, da sempre fornitore chiave di titanio, perno dell’industria aerospaziale. Ma non tutti concordano.
L’amministratore delegato di Lockheed Martin, numero uno mondiale delle armi, si mostra spavaldo: incassata una crescita del 2% quest’anno, prevede una progressione geometrica dei ricavi da qui al 2026. Guida il gruppo che produce gli F-35 e i lanciarazzi Himars.
La guerra ucraina è una gigantesca vetrina per i suoi prodotti: vantati da Kiev, gli Himars hanno il vento il poppa. Sbarcheranno presto in Polonia, in Romania, in Estonia, in Lettonia, in Australia, forse in Francia e riscuotono pure gli apprezzamenti ungheresi. Ogni razzo che sparano costa 150mila dollari. Agli affari non c’è limite.

Come può morire una democrazia
(Autogolpe in Perù)
di Livio Zanotti
Non l’abbandono all’inerzia, bensì proprio il suo contrario: è la vivacità del popolo e delle sue élites da tempo plurali per etnie e culture ad animare la storia corrente del Perù, anche nei momenti più drammatici. Ma le laceranti disuguaglianze sociali, che sono anche disuguaglianze di coscienza e di partecipazione, così come quelle tra città e interno del paese profondo, continuando a intralciare democrazia e sviluppo ne frustrano gli sforzi di riscatto.
Poteri non sempre legittimi impediscono il consolidamento delle istituzioni e dei suoi organi di controllo. E’ utile tenerne conto per non ridurre a stereotipo l’episodio residuale e indubbiamente un po’ grottesco dell’autogolpe fallito nei giorni scorsi dal presidente Pedro Castillo, 56 anni, espressione di una sinistra non meno frantumata della società. Dopo un anno e mezzo di crisi ricorrenti, ha tentato il colpo di forza. Le Forze Armate non si sono lasciate però coinvolgere. Minacciato di scioglimento, il Parlamento lo ha destituito e fatto arrestare.
Non meno esile, tuttavia, appare la figura che immediatamente l’ha sostituito al vertice dello stato: per la prima volta si tratta di una donna, Elena Boluarte, 60 anni, fino a una settimana fa Vice e fedelissima di Castillo. Una funzionaria pubblica divenuta esponente di spicco della maggioranza di governo passata ieri l’altro d’un balzo con l’opposizione, così conservando l’incarico parlamentare e liberandosi dell’ormai ingombrante ex maestro e sindacalista rurale.
E’ il terzo capo di stato nell’ultimo decennio che assume il potere senza passare per il voto popolare. Anche lei proveniente come il predecessore da “Perù Libre”, una formazione di origine marxista sorta e cresciuta all’interno del paese, dalla quale si è distaccata recentemente in polemica con il suo leader, Vladimir Cerròn. “Sono sempre stata di sinistra, ma di una sinistra democratica che rifiuta qualsiasi autoritarismo e a maggior ragione l’assolutismo”, ha dichiarato la neo- presidente.
La crescita dell’economia e la spinta all’integrazione sociale scaturite dalla riforma agraria e dalle nazionalizzazioni degli anni Sessanta-Settanta, certo incompiute, sono andate disperse per infine esaurirsi nella tragedia delle guerriglie dei due decenni successivi. La perversa utopia di Sendero Luminoso ha permesso ad Alberto Fujimori di mascherare a lungo il carattere autoritario e poi letteralmente delinquenziale del suo governo. Con il presidente che sensibile alla propria doppia nazionalità (ignota ai più), trescava con il governo di Tokio per concedergli una base marittima sulla sua costa; mentre il suo capo dei servizi segreti, Vladimir Montesinos, faceva grandi affari con il contrabbando d’armi e cocaina.
Catastrofica corruzione
La loro incriminazione e successive condanne carcerarie hanno costituito l’antefatto della catastrofica corruzione che avrebbe risucchiato uno dopo l’altro ben 4 altri capi di stato, da Toledo a Kuzcynski, a Ollanta Humala, ad Alan Garcia poi suicida per sottrarsi al disonore. Scampato ad accuse di corruzione mai finora provate, Castillo è finito al momento in una cella accanto al predecessore Fujimori, per lo strampalato tentativo di autogolpe a cui sembra averlo indotto una disperata impotenza.
A dispetto del suo non sempre lucido attivismo, non è riuscito a rimettere in moto la fallita integrazione etnica e sociale. Resi diffidenti dalle trascorse esperienze, gli indios sono rimasti arrampicati sulle vette andine, dispersi nella selva amazzonica, rannicchiati nei loro caseríos di lamiera e cartone. Il meticciato ammucchiato negli agglomerati suburbani. La classe media nella quasi totalità bianca trincerata nel comfort dei quartieri alti, senza però potersi scrollare di dosso l’inquietudine suscitata dalle sue stesse frange intellettuali e idealiste, disperse tra le università e le periodiche convulsioni della protesta violenta.
Ciascuno chiuso nel proprio universo separato. Tutti progressivamente sgretolati da una corruzione che divenuta sistemica (lo scandalo sollevato negli anni scorsi dalle decine di milioni di dollari pagati in Perù dalla Odebrecht, la maggiore holding brasiliana delle costruzioni, in cambio di appalti pubblici, ha sconvolto l’intero sistema politico) non cessa d’infettare le menti non meno del narcotraffico con cui entra peraltro in simbiosi parassitaria.
L’esasperazione delle ore che hanno preceduto l’arresto del capo di stato peruviano sono state raccontate dal presidente del Messico, Andrès Manuel Lopez Obrador. Castillo gli ha telefonato per chiedergli asilo politico. Lui ha ordinato immediatamente all’ambasciata messicana a Lima di aprirgli le porte e riceverlo insieme alla famiglia che l’accompagnava, garantendo loro assoluta protezione. Ma Castillo è stato arrestato prima che potesse raggiungere la sede diplomatica.
“Dal primo istante in cui un anno e mezzo fa ha vinto legittimamente le elezioni – ha commentato Lopez Obrador -, è stato vittima degli avversari politici. In prima fila, gli esponenti delle èlites economiche e politiche lo hanno subito cominciato a denigrare, non accettando di poter essere governati da un uomo che definivano un montanaro. E questo è ciò che più mi indigna.”
Il nudismo dei sentimenti

di Massimo Marnetto
Le lacrime del papa mi hanno colpito. Non sono un sentimentale, ma ho visto in quel profondo dolore senza pudore, un gesto politico potente. Quello di chi non ha più parole adeguate per chiedere pace, di fronte alle sofferenze della guerra. E offre alla sua preghiera la disperazione irrefrenabile di chi patisce la fitta dell’impotenza.
Putin il giorno dopo ha parlato – per la prima volta – di pace inevitabile. Forse non c’è correlazione tra i due eventi, ma credo che lo scoramento di Francesco abbia toccato le corde più profonde dell’opinione pubblica mondiale. Come quando parlò da solo nel Covid alla piazza vuota di San Pietro, rivolto al selciato lucido di pioggia. Ci sono momenti in cui il nudismo dei sentimenti non è osceno. Anzi, liberandoci dei panni della convenzione come fece San Francesco denudandosi in pubblico, è l’unico modo per affermare l’essenza della nostra parentela umana.
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