L’Iraq chiamato a contenere le conseguenze del cambiamento climatico che rischiano di trasformare in un deserto totale una terra da sempre conosciuta come il Crescente fertile. Nel 2019, le Nazioni unite hanno classificato l’Iraq come il quinto paese più vulnerabile ai cambiamenti climatici e alla desertificazione al mondo. 300 giorni polverosi all’anno entro il 2050 e siccità con meno di 1.000 metri cubi d’acqua per persona tra pochi anni. Meno acqua, meno coltivazioni e più povertà, sottolinea Michele Giorgio su Pagine Esteri
Il fiumi del Paradiso terrestre
La dote millenaria dell’Iraq sono il Tigri e l’Eufrate, i fiumi che forniscono il 98% delle acque superficiali all’antica Maesopotamia. Ricchezza che va spartita con altri paesi. Entrambi i fiumi hanno origine in Turchia. L’Eufrate attraversa la Siria prima di entrare in Iraq e i principali affluenti del Tigri scorrono dall’Iran. Quindi si uniscono allo Shatt Al Arab prima di sfociare nel Golfo dove, si impara dalla Bibbia e da ricostruzione storiche, gli straripamenti benefici dei due fiumi, il loro limo, creavano il Paradiso terrestre dove tutto cresceva spontaneo a soddisfare i bisogni dell’uomo.
Dal Paradiso a terra arida
I flussi di Tigri ed Eufrate sono diminuiti negli ultimi decenni, scendendo precipitosamente dal picco di quasi 80 miliardi di metri cubi degli anni ’70. Gli ultimi dati del ministero iracheno della pianificazione ci dicono che nel 2020 la fornitura d’acqua dal Tigri era di 11 miliardi di metri cubi e quella dei suoi affluenti di 19 miliardi di metri cubi. La fornitura dall’Eufrate è di 20 miliardi di metri cubi. L’approvvigionamento idrico totale dell’Iraq dai due fiumi, perciò, è stato – dati di 2 anni fa -, di 50 miliardi di metri cubi, 30 miliardi in meno rispetto agli anni ’70.
E se le tendenze attuali dovessero continuare, l’Iraq potrebbe dover affrontare un deficit di 11 miliardi di metri cubi di acqua all’anno entro il 2035, segnala Pagine Esteri.
Chi ruba e chi spreca l’acqua
La diminuzione dell’acqua del Tigri e dell’Eufrate in Iraq è in gran parte dovuta a dighe e progetti di irrigazione in Turchia e, in misura inferiore, in Iran. Ankara ha costruito decine di dighe che hanno ridotto i flussi a valle di entrambi i fiumi. Teheran è intervenuta sugli affluenti del Tigri approfittando della mancanza di accordi vincolanti per la condivisione dell’acqua. Presto sulle quote d’acqua è previsto un incontro tra Iraq, Siria e Turchia, annuncia il ministro iracheno delle risorse idriche Mahdi Rashid Al Hamdani.
Una risorsa vitale per tutti
Per l’esperto economico, Mazen Al Mayyali, l’Iraq potrebbe convincere Turchia e Iran a una maggiore cooperazione usando lo sviluppo del commercio come carta vincente nei negoziati, riferisce Michele Giorgio che subito segnala i molti problemi da superare. A partire dallo stallo politico in cui si trova il paese da 10 mesi, che paralizza l’attività dello Stato. Attivisti della società civile irachena e volontari hanno lanciato, anche sui social, una campagna per incoraggiare il rinverdimento delle terre aride in tre distretti a Baghdad, e nei governatorati di Karbala e Ninive.
Un paradiso alternativo o l’inferno
Consigliano la coltivazione di alcune specie di piante autoctone con la capacità di trattenere il suolo e l’acqua e dare ombra. E sollecitano i cittadini iracheni a piantare alberi e prendendosi cura di loro. Ma la portata della sfida è enorme e non può essere vinta senza piano d’azione delle autorità irachene in cooperazione con gli Stati confinanti, sottolinea Michele Giorgio. La Banca Mondiale ha previsto che l’Iraq entro il 2030, avrà meno di 1.000 metri cubi d’acqua per persona.
«La riduzione del 20% dell’approvvigionamento idrico provocherà mutamenti nei raccolti e il cambiamento climatico potrebbe ridurre il Pil reale fino al 4% (6,6 miliardi di dollari), rispetto ai livelli del 2016», si legge nel rapporto.
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“Un punto di vista di parte sulle tecnologie”, sottolinea l’autore, riferendosi, con un compiacimento che peraltro condivido, alla recente enciclica di Papa Leone XIV sull’Intelligenza artificiale. Non è mai troppo tardi per richiamare alla vigilanza sull’impiego delle nuove tecnologie digitali. Eppure sono molti anni che autorevoli esperti della materia – penso anche al collega eContinua a leggere “Disarmare l’Intelligenza Artificiale”
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Chiedo scusa ai non molti lettori che trovassero difficoltà nella lettura della versione originale se non ho neppure provato a tradurre l’articolo ma la materia è troppo delicata per rischiare di travisarlo con una traduzione (nandocan) Amos Brison +972 podcast Having grown up in the Jewish public school system in Israel, I’ve been thinking aContinua a leggere “How Israeli classrooms indoctrinate Jewish supremacy”
Provate a pensare cosa vuol dire evacuare una città di duecentomila abitanti e collocatelo idealmente in un progetto di annessione del Libano o di gran parte di esso ad un “grande Israele” e anche questo vi sembrerà più chiaro. Meno chiara semmai è la differenza di trattamento da parte dei governi europei per l’annessione russaContinua a leggere “Libano, su Tiro l’inferno di nome e la disumanità di fatto”
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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