20. Le false apparenze dell’aiuto internazionale e delle politiche climatiche

I paesi ricchi dicono di aiutare quelli che in effetti li fanno arricchire. Ed è una realtà generale osservabile non solo a livello di rapporti nord- sud ma anche a livello regionale, per esempio in Europa


Ipocrisia degli aiuti internazionali

Va posto l’accento anche sull’estrema ipocrisia che avvolge la nozione stessa di aiuto internazionale. Tanto per cominciare, il sostegno pubblico allo sviluppo è molto più limitato di quanto a volte si pensi: rappresenta un totale inferiore allo 0,2% del PIL mondiale (e appena lo 0,03% del PIL mondiale per l’aiuto umanitario emergenza). In confronto, i danni climatici causati ai paesi poveri dalle emissioni dei paesi ricchi rappresentano da soli parecchi punti di PIL mondiale.

I paesi ricchi dicono di aiutare quelli che in effetti li fanno arricchire. Ed è una realtà generale osservabile non solo a livello di rapporti nord- sud ma anche a livello regionale, per esempio in Europa…Paesi come la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca o la Slovacchia hanno ricevuto, tra il 2010 e il 2018, trasferimenti pubblici netti compresi tra il 2 e il 4% del loro PIL. Il problema è che i flussi privati in uscita sotto forma di profitti, dividendi, e altri redditi da proprietà sono stati due volte più elevati nel corso del medesimo periodo: tra il 4 e l’8 percento del loro PIL.

Dal canto loro, Germania e Francia preferiscono tacere sui flussi privati in uscita: li si preferisce vedere come la naturale controparte degli investimenti realizzati, e si privilegia il fatto di guardare unicamente i flussi pubblici in entrata.

Se ci si focalizza sull’aiuto pubblico, che è comunque minuscolo, e non si pongono domande sull’ampiezza dei flussi privati, si costruisce una visione completamente falsata del sistema economico internazionale.

Diritti per i paesi poveri: uscire dalla logica centro-periferia

Per uscire da queste impasse, bisogna partire dal principio che tutti paesi dovrebbero disporre di un pari diritto allo sviluppo, e più in generale dal principio che la ripartizione delle ricchezze prodotte a livello mondiale è una questione eminentemente politica, la quale dipende per intero dalle regole e dalle istituzioni che ci si dà.

La prosperità degli attori più ricchi è dovuta integralmente al sistema economico mondiale e alla divisione internazionale del lavoro.

L’ arricchimento occidentale dopo la rivoluzione industriale non avrebbe potuto verificarsi senza la divisione mondiale del lavoro e lo sfruttamento sfrenato delle risorse naturali e umane del pianeta. I paesi ricchi non esisterebbero senza i paesi poveri e senza le risorse del resto del mondo: e questo vale per le vecchie potenze occidentali come per le nuove potenze asiatiche (Giappone e Cina). Dopo gli schiavi, il cotone, il legname e il carbone nel XVIII e nel XIX secolo, nel XX e in questo inizio del XXI secolo lo sviluppo economico ha continuato a far leva sullo sfruttamento su vasta scala delle risorse mondiali attraverso la manodopera a buon mercato dei paesi periferici, e le riserve di petrolio e di gas accumulate nel sottosuolo terrestre nel corso di milioni di anni, la cui combustione a ritmo accelerato sta per rendere il pianeta invivibile, principalmente a scapito dei paesi più poveri.

L’idea secondo cui ciascun paese (o, peggio ancora, ciascun individuo in ciascun paese) sarebbe individualmente responsabile della sua produzione e della sua ricchezza non ha molto senso da un punto di vista storico. Tutte le ricchezze sono, in origine, collettive. La proprietà privata è istituita (o dovrebbe essere istituita) solo nella misura in cui serva all’interesse generale, nel quadro di un complesso equilibrio di istituzioni e di diritti tali da limitare le accumulazioni individuali, far circolare il potere e meglio ripartire le ricchezze.

Un’imposta mondiale sui grandi patrimoni

Per cominciare si può pensare a un’imposta mondiale del 2% sui patrimoni superiori a 10 milioni di euro, il che frutterebbe già somme considerevoli: circa 1000 miliardi di euro annui, ossia l’1% del PIL mondiale, il quale potrebbe essere attribuito a ciascun paese proporzionalmente alla sua popolazione. Fissando la soglia a 2 milioni di euro, si potrebbe acquisire il 2% del PIL mondiale, o il 5% con una forte progressione a scalare sui miliardari…. E a ciò si potrebbe aggiungere un diritto dei paesi poveri a percepire una quota dell’imposta sui profitti delle multinazionali, in armonia con le attuali discussioni in proposito

E per evitare che il denaro venga utilizzato male

E per evitare che il denaro venga utilizzato male, occorrerebbe generalizzare la caccia ai patrimoni eccessivi accumulati dalle classi dirigenti del Sud come del Nord, sia in seno ai governi e al settore pubblico sia in seno al settore privato. Senza nessuna paura. La paura non deve più essere strumentalizzata per mettere continuamente in discussione la legittimità a esistere degli stati del sud.

Le soluzioni alternative tendenti a santificare il mercato e il rispetto assoluto dei diritti di proprietà acquisiti in passato a prescindere dalla loro ampiezza od origine sono soltanto costruzioni incoerenti che puntano a perpetuare ingiustizie e posizioni di potere prive di fondamento, costruzioni illusorie che, in ultima istanza, generano nuovi crisi.


Continua con: 21. Dallo Stato social-nazionale allo Stato social-federale


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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