Il fatto di sbloccare i posti per le donne nelle sfere dirigenti non deve servire da alibi per mantenere in vigore, in buona coscienza, un sistema sociale fortemente gerarchizzato e di genere, per il resto della popolazione. L’ obiettivo di fondo è il miglioramento dei salari, degli orari e delle condizioni di lavoro per milioni di cassiere, cameriere, domestiche e decine di altri professioni a forte maggioranza femminile, le quali storicamente, nel pubblico dibattito e nelle mobilitazioni sindacali, non hanno ricevuto la stessa attenzione delle professioni operaie maschili.
Discriminazione femminile
Storicamente le donne sono state senza dubbio il gruppo più massicciamente e sistematicamente discriminato, nel nord come nel sud, nell’est come nell’ovest del mondo, in tutte le dimensioni su tutte le latitudini.
In Francia, nel 2020, la quota delle donne all’interno della massa salariale raggiunge appena il 38%, contro il 62% per gli uomini, ossia la metà di quanto possono disporre gli uomini…Nel 1970 solo il 20% della massa salariale era appannaggio delle donne, il che ci dice fino a che punto i conti di casa fossero considerati una faccenda da uomini. Tutte le indagini mostrano comunque come, con inclusione delle mansioni domestiche, le donne abbiano sempre fornito più del 50% del tempo lavorativo totale (fuori e dentro la famiglia)….
Le quote
Nel corso degli ultimi decenni si sono moltiplicate le politiche delle quote a favore delle donne, non senza suscitare forti opposizioni….Una serie di leggi votate tre 2011 e 2015 prevede quote per le donne nei consigli di amministrazione delle imprese (20% dei seggi), nelle commissioni e negli organi direttivi delle istituzioni pubbliche.
Il fatto di sbloccare i posti per le donne nelle sfere dirigenti non deve servire da alibi per mantenere in vigore, in buona coscienza, un sistema sociale fortemente gerarchizzato e di genere, per il resto della popolazione. L’ obiettivo di fondo è il miglioramento dei salari, degli orari e delle condizioni di lavoro per milioni di cassiere, cameriere, domestiche e decine di altri professioni a forte maggioranza femminile, le quali storicamente, nel pubblico dibattito e nelle mobilitazioni sindacali, non hanno ricevuto la stessa attenzione delle professioni operaie maschili.
In realtà, l’uscita dal social-patriarcato può passare solo attraverso una trasformazione generale dell’articolazione tra produzione e riproduzione sociale, tra vita professionale e vita familiare e personale.
Risolvere il problema della disuguaglianza di genere spingendo le donne a fare lo stesso non è una soluzione
Risolvere il problema della disuguaglianza di genere spingendo le donne a fare lo stesso non è una soluzione: occorre semmai sviluppare un diverso equilibrio dei tempi collettivi. L’obiettivo è importante (e per giunta più entusiasmante) quanto quello delle quote, anche se sono queste ultime a contribuire alla soluzione più adeguata per uscire dall’auto centrismo.
A lungo contestate, la parità di genere e le quote a beneficio delle donne si sono estese a molti paesi e sono oggi ampiamente accettate. Ma non accade lo stesso per le quote a beneficio di categorie discriminate per ragioni sociali, etniche o religiose, le quali continuano a suscitare forti resistenze.
Discriminazione in India
In India, il paese rimasto a lungo estraneo all’idea delle quote sociali, le “quote riservate” (così si chiamano nel contesto indiano) sono state prima applicate a vantaggio delle scheduled castes(SC) e delle scheduled tribes (ST), vale a dire che gli ex intoccabili e gli aborigeni sono ancora discriminati nella società indù tradizionale.
Dal punto di vista economico, le disuguaglianze che separano le caste inferiori del resto della popolazione restano molto forti, ma dal 1950 in poi si sono ridotte in misura significativa, per esempio in misura superiore alle disuguaglianze tra neri e bianchi negli Stati Uniti… Tutti i partiti si sono sentiti in dovere di promuovere eletti provenienti dalle classi inferiori e le “quote riservate” hanno finito, de facto, per svolgere un ruolo di unificazione e di mobilità sociale.
Nel contesto indiano, le quote a volte sono servite da alibi alle élite per non pagare le imposte necessarie a finanziare quegli investimenti in infrastrutture, istruzione e salute di base che sarebbero stati indispensabili per ridurre davvero le disuguaglianze sociali e consentire a tutte le classi svantaggiate (e non soltanto a una minoranza di esse) di recuperare il gap. Si è scommesso tutto sulle quote, senza chiedere alle classi possidenti di mettere a disposizione le imposte e le proprietà che sarebbero state necessarie per una vera redistribuzione collettiva.
Continua con: 17. Conciliare la parità sociale e la redistribuzione delle ricchezze
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Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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