15. L’uguaglianza reale contro le discriminazioni

Uno dei grandi limiti del cammino verso l’uguaglianza iniziato nel secolo scorso è che ci si è spesso accontentati di un’uguaglianza formale. Se si vuole raggiungere un’uguaglianza reale, è urgente sviluppare indicatori e procedure tali da combattere le discriminazioni esistenti, sociali ed etniche e quali sono di fatto in vedi che è un po’ ovunque, un po’ ovunque nel Nord, nel Nord come nel sud del mondo.

L’uguaglianza nell’istruzione: sempre programmata, mai attuata

Negli Stati Uniti, alcuni ricercatori sono riusciti a collegare i dati fiscali dei genitori al percorso scolastico e universitario dei figli. I risultati sono deprimenti: il reddito dei genitori prefigura quasi perfettamente le possibilità di accesso all’università. In concreto, la probabilità di accesso all’insegnamento universitario è di poco più del 20% tra il 10% di giovani adulti con un reddito familiare basso, e passa pressoché linearmente a più del 90% per i giovani adulti con un reddito familiare elevato.

Il problema è che esiste un po’ ovunque un abisso enorme tra i discorsi ufficiali sulla pari opportunità e la realtà delle disuguaglianze dell’istruzione, una realtà con la quale devono fare i conti le classi meno abbienti.

Non solo le tasse di iscrizione esorbitanti rendono le migliori università inaccessibili agli studenti più modesti (salvo il poter contare su voti gestionali, tali da dare diritto a borse di studio), ma è consentito ai genitori più ricchi pagare un qualcosa che somiglia molto a un supplemento, con il quale possono compensare i voti scadenti dei figli.

Nemmeno la quasi gratuità degli studi preserva dalla discriminazione sociale. In assenza di un sistema adeguato di reddito minimo per gli studenti, il fatto di seguire una lunga formazione universitaria costituisce sempre un investimento di considerevole misura per persone di origine modesta, le quali, per giunta, non sempre beneficiano di un buon punto di partenza, dei codici e delle reti che consentono di accedere a determinati percorsi… Per cui scopriamo che sono proprio i mezzi in dotazione al potere pubblico a contribuire a rafforzare, nella scuola, le disuguaglianze sociali di partenza.

Per una discriminazione positiva fondata su criteri sociali

È necessario che annualmente siano resi pubblici la ripartizione dei mezzi in campo scolastico e i tassi di accesso ai differenti percorsi, tenendo conto delle origini sociali, della percentuale del reddito dei genitori ecc. e scomponendo i vari livelli inerenti al sistema scolastico.

Occorre anche e soprattutto che questo esercizio di trasparenza sia direttamente collegato con forme di intervento e politiche capaci di migliorare la situazione, sia per l’insegnamento universitario sia per la formazione primaria e secondaria…

e definire democraticamente criteri di ammissione neutrale oggettivi, applicati a tutti nello stesso modo.

In genere, al momento dell’ingresso nell’università, è troppo tardi per riuscire a ridurre radicalmente la disuguaglianza delle opportunità: bisogna agire molto prima.

Il salario medio degli insegnanti nelle differenti scuole, collegi e licei…è tanto più elevato quanto è maggiore la percentuale di alunni appartenenti alle classi sociali più abbienti iscritti nell’istituto. Del resto è una realtà comune a gran parte dei paesi dell’OCSE: gli alunni che provengono da ambienti avvantaggiati hanno maggiori opportunità di contare su insegnanti titolari ed esperti rispetto ad alunni che provengono da ambienti svantaggiati, i quali hanno spesso insegnanti supplenti o a contratto e i magri premi di produzione previsti per costoro non bastano a compensare una disuguaglianza che è di fatto una disuguaglianza sistemica.

Come si vede, il primo obiettivo, in pratica, non è quello di raggiungere una discriminazione positiva su criteri sociali, è soltanto quello di evitare la discriminazione negativa…nella scuola primaria e nella secondaria, come nelle università, ci si trova spesso ad allocare risorse pubbliche maggiori per studenti più avvantaggiati che per gli altri.

Continua con: 16. Della persistenza del patriarcato e del produttivismo


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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