7. Gli Stati Uniti: la lunga marcia di una repubblica schiavista

Dei 15 presidenti che si sono succeduti fino all’elezione di Lincoln nel 1860, almeno 11, tra cui Washington e Jefferson, entrambi originari della Virginia, culla della giovane federazione, erano proprietari di schiavi”.

da “Una breve storia dell’uguaglianza” di Thomas Piketty*

Thomas Piketty

* Di questo libro ho pensato di proporre gradualmente sul blog, a scopo divulgativo, i brani che ritengo più significativi. La pandemia come la crisi politica, economica e ambientale che l’ha preceduta e accompagnata fanno oggi dell’ingiustizia sociale il problema più scottante per l’umanità. Nella sua “breve storia”, di cui raccomando la lettura integrale, Piketty scrive che “l’eguaglianza è una lotta che può essere vinta e nella quale ci sono sempre varie traiettorie possibili, che dipendono dalla mobilitazione, dalle lotte e da ciò che si apprende dalle lotte precedenti”.

**Thomas Piketty, professore dell’École des Haute Études en Sciences Sociale e dell’École d’Économie de Paris, è autore di numerosi studi storici e teorici che gli hanno fatto meritare nel 2013 il premio Yrjö Jahnsson, assegnato dalla European Economic Association. Il suo libro “Il capitale nel XXI secolo (2014) è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto 2,5 milioni di copie.

La guerra di secessione

Dopo la vittoria nel 1860, il repubblicano Lincoln è pronto a negoziare con gli schiavisti una soluzione pacifica e graduale. Con indennizzi ai proprietari come avvenuto per le posizioni britanniche francesi nel 1833 del 1848. In realtà, l’entità dei trasferimenti previsti rende l’idea poco realistica. I sudisti ne sono ben consapevoli, e preferiscono, nella speranza di salvare il proprio mondo, tentare la carta della secessione. La stessa cosa accadrà nel XX secolo per una parte di coloni bianchi nel Sudafrica e dell’Algeria.

I nordisti rifiutano la secessione, e nel 1861 comincia la guerra, che termina dopo quattro anni, nel maggio 1865, con la resa degli eserciti confederati e 600.000 morti .(Una cifra pari al totale dei caduti americani in tutte le guerre combattute dagli Stati Uniti dalla loro fondazione, compresi due conflitti mondiali e le guerre di Corea, del Vietnam e dell’Iraq).

Tuttavia i nordisti non pensano che i neri siano pronti a diventare cittadini americani, e ancor meno proprietari; così lasciano che i bianchi riprendano il controllo del sud e impongano un rigido sistema di segregazione razziale, il quale consentirà loro di mantenere il potere ancora per un secolo, fino al 1965.

Una delle forme di discriminazione più insidiose e ipocrite nei contesti coloniali, come del resto negli altri regimi basati sulla disuguaglianza, riguarda l’accesso all’istruzione. Negli Stati Uniti del sud, il divieto per i bambini neri di frequentare le medesime scuole dei bambini bianchi era uno degli elementi distintivi del sistema di discriminazione razziale legale applicato fino al 1964-1965.

“40 acri di terra e un mulo”

Nel gennaio 1865 i nordisti promisero agli schiavi emancipati che, dopo la vittoria, avrebbero ottenuto “40 acri di terra e un mulo” (circa 16 ha). L’idea era quella di spronarli a combattere sul campo di battaglia, di ricompensarli per i decenni di lavoro non pagato e di aiutarli a guardare al futuro da lavoratori liberi. Tuttavia, con la fine dei combattimenti dimenticarono la promessa: il congresso non adottò alcuna misura di compensazione per gli schiavi. E i “40 acri di terra è un mulo” divennero l’emblema del tradimento e dell’ipocrisia dei nordisti.

La Francia, una Repubblica coloniale che non sa di esserlo

Se gli Stati Uniti furono una repubblica schiavista, la Francia fu a lungo una Repubblica coloniale, ovvero una Repubblica a capo di un impero coloniale. E le due repubbliche, fino agli anni 60 del XX secolo, organizzarono i territori sotto il loro stretto controllo secondo criteri dichiaratamente razziali e discriminatori. Se vogliamo un giorno liberarci di questo pesante retaggio, è opportuno cominciare a prenderne atto.

Riassumendo: le popolazioni colonizzate pagavano imposte pesanti per finanziare le spese che andavano perlopiù a beneficio di coloro che erano venuti ad assoggettarle politicamente e militarmente. La disuguaglianza nella spesa per l’istruzione è molto diminuita in Francia tra il 1910 e il 2020. Anche se il sistema vigente continua ancora oggi a investire per il 10% degli studenti più privilegiati somme di denaro pubblico circa tre volte superiori a quelle destinate al 50% dei meno favoriti.

In Algeria, come nel resto dell’impero coloniale, lo Stato repubblicano impose fino al 1962 un regime fondato esplicitamente su discriminazioni profonde, di tipo razziale ed etnico-religioso.

Nel Sudafrica

…le discriminazioni assunsero una forma estremamente brutale. Con il Matt X land acte del 1913, la popolazione nera venne de facto segregata nelle riserve che rappresentavano il 7% del territorio sudafricano. Ai lavoratori neri era vietato uscire dalla loro zona di lavoro senza il permesso di un lasciapassare speciale.

Il problema delle riparazioni: ripensare la giustizia su scala transnazionale

Per riparare i guasti del razzismo e del colonialismo, occorre anche e soprattutto cambiare il sistema economico su base sistemica, riducendo le disuguaglianze e assicurando a tutte e tutti un accesso il più egualitario possibile all’istruzione, all’occupazione e alla proprietà. Indipendentemente dalle origini di ciascuno.

Ogni essere umano dovrebbe godere di un minimo e pari diritto alla salute, all’istruzione, alla crescita. L’arricchimento dell’Occidente, come del resto l’arricchimento giapponese o cinese, si fonda sempre sulla divisione internazionale del lavoro e sullo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e umane del pianeta.

Tutte le accumulazioni di ricchezza che vi sono avvenute sono dovute al sistema economico mondiale. È quindi su scala mondiale che deve essere posta la questione della giustizia e della marcia verso l’uguaglianza.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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