4. L’eredità schiavista e coloniale

“Come hanno fatto, l’Europa e gli Stati Uniti, ad acquisire una posizione dominante su scala mondiale, quantomeno fino a tempi recenti? Anche se non devono per forza rappresentare l’unica spiegazione del fenomeno, lo schiavismo e il colonialismo hanno svolto, come vedremo, un ruolo centrale nel processo di arricchimento dell’Occidente”.

da “Una breve storia dell’uguaglianza” di Thomas Piketty*

Thomas Piketty

* Di questo libro ho pensato di proporre gradualmente sul blog, a scopo divulgativo, i brani che ritengo più significativi. La pandemia come la crisi politica, economica e ambientale che l’ha preceduta e accompagnata fanno oggi dell’ingiustizia sociale il problema più scottante per l’umanità. Nella sua “breve storia”, di cui raccomando la lettura integrale, Piketty scrive che “l’eguaglianza è una lotta che può essere vinta e nella quale ci sono sempre varie traiettorie possibili, che dipendono dalla mobilitazione, dalle lotte e da ciò che si apprende dalle lotte precedenti”.

**Thomas Piketty, professore dell’École des Haute Études en Sciences Sociale e dell’École d’Économie de Paris, è autore di numerosi studi storici e teorici che gli hanno fatto meritare nel 2013 il premio Yrjö Jahnsson, assegnato dalla European Economic Association. Il suo libro “Il capitale nel XXI secolo (2014) è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto 2,5 milioni di copie.

Rivoluzione industriale, colonialismo ed ecologia

  • Tutte le ricerche di cui disponiamo lo dimostrano: la crescita del capitalismo industriale occidentale è intimamente legata al sistema di divisione internazionale del lavoro, di sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e di egemonia militare e coloniale che si sviluppano gradualmente tra le potenze europee e il resto del pianeta a partire dai secoli XV e XVI, con una forte accelerazione nel corso dei secoli XVIII e XIX.

Più in generale, è impossibile scrivere una storia dell’uguaglianza e della disuguaglianza a livello mondiale senza cominciare a valutare il peso dell’eredità coloniale.

  • Sulla lunga durata, la realtà è che noi siamo proprio i figli dell’esperienza coloniale. E sarebbe ingenuo pensare che i suoi effetti possano essere cancellati nel giro di pochi decenni. Chi nasce oggi sul nostro pianeta non è personalmente responsabile di quella pesante eredità; ma ciascuno è responsabile del modo in cui sceglie o meno di prenderla in considerazione nella sua analisi del sistema economico mondiale, delle sue ingiustizie e dei cambiamenti da apportarvi.

La grande divergenza tra Europa e Asia

  • Finché tutti gli Stati del mondo erano ugualmente deboli, è prevalso un certo equilibrio. Dal momento in cui alcuni Stati europei hanno iniziato a sviluppare una capacità fiscale, amministrativa e militare significativamente maggiore, si sono innescate nuove dinamiche.
  • Nell’opera pubblicata nel 2000 sulla “grande divergenza” tra Europa e Asia, Kenneth Pomeranz ha insistito sul fatto che lo sviluppo industriale dell’Occidente si sarebbe indirizzato ben presto verso un vincolo “ecologico” di grande ampiezza se non fosse prevalso un sistema di approvvigionamento e di mobilità della forza lavoro su scala planetaria…
  • Secondo i calcoli di Pomeranz, intorno al 1830 le importazioni di cotone, legno e zucchero verso l’Inghilterra erano generate dallo sfruttamento di oltre 10 milioni di ettari di terreno, ovvero un valore compreso tra 1,5 e 2 volte il totale delle terre coltivabili nel Regno Unito.

L’impero del cotone: l’egemonia dell’industria tessile mondiale

  • Tra il 1800 e il 1860, negli Stati Uniti del sud, il numero degli schiavi aumenta di quattro volte, passando da uno a 4 milioni. La produzione di cotone aumenta di 10 volte, anche grazie al miglioramento delle tecniche e all’incremento della produzione. Alla vigilia della guerra civile, il 75% del cotone importato nelle fabbriche tessili europee proveniva dagli Stati Uniti del sud, il che illustra con sufficiente chiarezza la funzione cruciale del sistema schiavista.
  • All’inizio del XVIII secolo, l’80% dei prodotti tessili che i mercanti britannici in Africa occidentale scambiavano con gli schiavi era prodotto in India; alla fine del secolo, questa percentuale si attestava ancora al 60%.
  • Fu solo dopo aver acquisito un vantaggio comparativo indiscutibile nell’industria tessile, in particolare grazie all’impiego del carbone, che intorno alla metà del XIX secolo il Regno Unito propugnò il “il libero scambio” in modo più deciso.

Anche se è difficile pervenire a una stima globale, sembra evidente che l’insieme di queste misure protezionistiche, imposto al resto del mondo con la forza delle armi, abbia svolto un ruolo fondamentale nel predominio industriale britannico europeo. (continua)

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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