Alzarsi dal divano

Può sembrarci un paradosso che sia un anziano giornalista ed ex senatore della prima repubblica a richiamare tutti alla necessità non trattabile della politica e al diritto dovere costituzionale di “concorrere a determinare la politica nazionale” (art.49). E in effetti questo appello fin troppo appassionato lo è, ma sarà meglio ascoltarlo prima che il disgusto per la politica con le sue inevitabili mediazioni conduca – e non sarebbe la prima volta – alla fine della democrazia (nandocan)

***di Raniero La Valle, 9 luglio 2019* – La disfida che continua nel Mediterraneo tra Lampedusa, Roma, Malta e le capitali europee ci ripropone una grande verità che si è cercato in tutti i modi in questi anni di nasconderci e di farci dimenticare: la grandezza e la decisiva forza della politica nel determinare le nostre vite.

È un grande dramma quello che si sta consumando sulla pelle di fuggiaschi, profughi, naufraghi, ma questo dramma è politico. È molto importante riconoscere la politica dove c’è. È politica il decreto-sicurezza di Salvini che viola la Costituzione, è politica Mattarella che lo firma, è politica Carola Rackete che entra nel porto di Lampedusa, è politica la Guardia di Finanza che fa ostruzione occupando pericolosamente la banchina, è politica che il parroco e gli abitanti dell’isola accolgano i migranti a braccia aperte, è politica gli insulti alla comandante arrestata, è politica che le ONG continuino a salvare naufraghi e a forzare i porti, è politica che i non salvati anneghino restando per sempre ignoti, è politica che continui il braccio di ferro tra terra e mare, che l’Europa si chiuda nella linea del rifiuto e l’Italia nella linea “della fermezza”, è politica, e cattiva politica, che nonostante tutto questo, il governo non cada in Parlamento, è politica che il papa e tutta la Chiesa celebri pregando l’anniversario della visita a Lampedusa, inaugurale del pontificato. Tutto questo è politica, la grandezza, la libertà, la dignità, la carità, la spietatezza, la forza decisiva della politica. Ed è del tutto evidente che in questa partita non sono in gioco solo centinaia di vite gettate nel mare, ma è in gioco il nostro onore, l’anima del nostro Paese e la sua fama nel mondo, è in gioco l’essere o non essere dell’Europa, è in gioco il principio di eguaglianza di tutti gli esseri umani, è in gioco il dilaniamento o l’unità dell’intera famiglia umana e, in ultima istanza, data la crescita esponenziale del fenomeno, sono in gioco la guerra e la pace, e lo stesso destino del mondo. I nostri figli!

E in tutto questo il popolo sovrano dov’è? Dove sono i cittadini che devono concorrere a determinare la politica nazionale? Sono sul divano spettatori di sterili logorree televisive, di tweet arroganti e invasivi, frastornati e impotenti; oppure, sedati dal virus del disprezzo della politica e delle sue “caste”, voltano la testa dall’altra parte aspettando, senza più neanche volerlo sapere, che le cose accadano. Gli sono caduti o gli sono stati tolti dalle mani gli strumenti con cui combattere, i partiti, gli unici che concorrono davvero, a norma di Costituzione a determinare le decisioni finali.

È stato un preciso disegno dei poteri vincitori della corsa agli armamenti e della guerra fredda combattuta sul filo del rasoio del terrore atomico, quello di spegnere la politica, estirparla fin dalle radici della coscienza comune, demolire tradizioni venerande, chiudere e distruggere partiti perché, alfine, globalizzato il mondo, dominasse incontrastato il danaro, col suo trono, la sua corte, le sue caste, i suoi araldi, i suoi sigilli: il Mercato.

Tutto questo ci suggerisce e ci ricorda la partita politica su cui si sta giocando il nostro futuro, nel Mediterraneo e non solo. Con un solo avviso: tornare alla politica, ricostituire i partiti, riprendersi il diritto e il dovere di decidere.

*da http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere