Roma, 19 marzo 2017 – Eccoli ai nastri di partenza, scrive Giovanna Casadio di Repubblica. Da domani le candidature alla segreteria del Partito democratico di Michele Emiliano, governatore della Puglia, Andrea Orlando, ministro Guardasigilli e l’ex premier e segretario uscente Matteo Renzi, verranno proposte all’attenzione della base del partito nei 6.352 circoli, in vista della Convenzione dei delegati del 9 aprile e poi delle primarie ai gazebo del 30. E alle “idee dei tre sfidanti a confronto” è dedicata una pagina del quotidiano, che sintetizza le rispettive posizioni in materia di lavoro, scuola, welfare e fisco, alleanze e naturalmente futuro del partito medesimo.
Poiché l’editoriale di Scalfari, dopo un incontro con Renzi, assicura che quest’ultimo verrà “totalmente assorbito” dal compito di “riformare il partito soprattutto nella sua struttura territoriale”, vale la pena di confrontare le sue idee in proposito con quelle di Emiliano e di Orlando. A cominciare dalla più decisiva di tutte perché, che ho indicato nel titolo, destinata a condizionare tutto il resto. Con Renzi, il segretario sarà anche candidato premier, come è stato finora. Con Emiliano e con Orlando no. Con Renzi – sintetizza repubblica – il Pd sarà un “partito pensante” (“pesante” se si trattasse di un refuso, ma riferito all’ex segretario lo ritengo poco probabile). Un rilancio dei circoli impegnerà questi ultimi a “discutere i temi chiave dell’agenda politica”, ciò che però non era mai stato vietato, scoraggiato invece dalla totale mancanza di attenzione da parte del vertice. Sempre secondo Renzi, I circoli “vanno dotati di postazioni online” e per i quadri dirigenti vi sarà “la Scuola di formazione”, una “summer school” e seminari semestrali.
Sul ruolo assegnato alla base nei processi decisionali del partito la sintesi del programma renziano secondo Repubblica non offre dunque novità di rilievo. A differenza di quella attribuita agli altri due candidati. “Mai più un segretario che sia anche premier” propone infatti Emiliano (che tuttavia vorrebbe, se eletto, restare governatore). Per Emiliano agli iscritti va consegna una “tessera con codice, per votare online su temi nazionali”. “Nessun doppio incarico segretario-premier” anche secondo Orlando, che propone “subito una legge sui partiti e un’altra sulle lobby. Propone inoltre di disciplinare per legge le primarie per le cariche monocratiche come premier o sindaco” (o anche come presidente di regione vorrebbe la logica, repubblica non precisa).
La mia idea, per quanto riguarda il partito dal quale sono uscito un anno fa contemporaneamente all’approvazione della defunta Renzi-Boschi, è rimasta la stessa datata su “nandocan” il 23 settembre 2013, anno zero dell’era renziana. “Non credo – scrivevo allora – che sarà un leader a cambiare il Pd. Il rinnovamento, se mai verrà, potrà venire col tempo soltanto dalla base, dalla presenza attiva e organizzata dei circoli nel territorio e da una loro partecipazione effettiva alle decisioni del gruppo dirigente. Verrà, se verrà, da un dibattito diffuso nelle periferie del partito, ancorato agli ideali e ai valori della sinistra, ma finalmente libero dal peso delle correnti e arricchito dallo scambio di idee e di proposte con i cittadini, con i movimenti e le associazioni che operano nell’area della sinistra”.
La mia idea su quello che si era annunciato – e non è mai stato – come “partito nuovo”, era che, anziché occupare lo Stato e le sue istituzioni “lo avrebbe invece sfidato e controllato dall’esterno, come dovrebbero fare tutte le forze politiche che vogliono liberarsi dal discredito provocato in decenni di corruzione. Vi pare – aggiungevo con riferimento esplicito all’emergente leadership di Matteo Renzi – che in un partito così impegnato vi sia posto per un segretario che sia anche sindaco e magari anche candidato alla presidenza del consiglio?”
Allora questa tesi, sostenuta con ottimi argomenti da Fabrizio Barca in un documento fatto girare in centinaia di circoli di tutta Italia, era giudicata “utopica” nel migliore dei casi, comunque decisamente perdente anche alla base del Pd. Ci sono voluti quasi quattro anni di scommesse e sconfitte perché al livello di esponenti di rilievo come Orlando o Emiliano si traessero conclusioni operative da quella che non rappresenta solo la correzione di una norma statutaria ma una concezione diversa e alternativa del partito. Se non riuscirà a vincere il 30 aprile, come dicono oggi i sondaggi tutti favorevoli a Renzi, democratici e progressisti potrebbero farla propria.
