Ho letto anch’io la sua ultima lettera alla madre, pubblicata su Huffington Post e ripresa da Repubblica. La prega che subito dopo l’impiccagione i suoi organi vengano donati a qualcuno che ne ha bisogno. “Non voglio che il destinatario conosca il mio nome…non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via”. Di perdono non parla, piuttosto aspetta giustizia da Dio e conclude:”…Nel altro mondo siamo tu ed io gli accusatori e gli altri li accusati. Vediamo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene. Reyhaneh”. Se casi come il suo hanno il potere di richiamare l’attenzione dei media e commuoverci profondamente, non dimentichiamo che centinaia di altre condanne non meno crudeli avvengono ogni giorno in Iran (Reyhaneh è la 967.ma vittima dall’agosto scorso) e in altri paesi del mondo più o meno evoluto. Lasciamo pure che il cuore si commuova e sottoscriviamo la lettera aperta di Marnetto. Ma al tempo stesso la ragione ci indichi la strada verso l’uscita da un sistema penale fondato sulla vendetta. Non solo per la pena capitale, ma anche con l’ergastolo o la custodia preventiva non motivata. Come ha appena ricordato Papa Francesco, “il sistema penale va oltre la sua funzione propriamente sanzionatoria e si pone sul terreno delle libertà e dei diritti delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili, in nome di una finalità preventiva la cui efficacia, fino ad ora, non si è potuto verificare, neppure per le pene più gravi, come la pena di morte” (nandocan).
***di Massimo Marnetto, 26 ottobre 2014* – Reyhaneh Jabbari è stata impiccata per aver difeso il suo corpo dall’assalto di chi voleva stuprarla e la sua dignità dalle pressioni dei familiari dell’ucciso, che pretendevano che ritrattasse, per concederle il perdono che l’avrebbe salvata…
Reyhaneh Jabbari non ha rinnegato né la sua accusa allo stupratore, né la sua dignità di donna.
E per questo, è morta. impiccata con la febbre, a 26 anni, innocente.
Ambasciatore Jahanbakhsh Mozaffar,
siamo sconvolti da tanta ingiustizia e orrore. E ci turba il pensiero che l’uccisione di questa giovane e fiera donna sia avvenuta non per una brutalità di criminali, ma tramite una sentenza di giudici, che non hanno saputo applicare il principio universale della legittima difesa.
Viene il sospetto che un verdetto così iniquo sia stato emesso per dare una lezione di sudditanza a tutte le donne, affinché in caso di tentativo di stupro, non oppongano resistenza al primato dell’uomo. E questo ci indigna e rattrista immensamente.
*coordinatore di libertà e giustizia, circolo di Roma, il grassetto è di nandocan