Alice, Jan, Susanna e Jonas. Bastonati sotto i cartoni nelle strade di Genova

clochard genovaCara Daniela, forse non è un’ideologia ad avvelenare l’Europa ma piuttosto un vuoto: di cultura, di pensiero, di valori (nandocan).

di Daniela De Robert, 17 febbraio 2014* – Incappucciati, rapidi, determinati. Trentuno secondi per colpire con violenza quattro persone inermi.Un attacco a freddo, pensato per fare male, forse anche per uccidere. Tre ragazzi armati di bastoni e spranghe, contro due uomini e due donne che dormivano sotto i cartoni nelle strade di Genova. A riprenderli le telecamere di sicurezza che evidentemente non sono lì per garantire la sicurezza di chi dorme per strada.

Sono immagini crude, ma vanno guardate. Sono immagini dure ma non possiamo chiudere gli occhi. In un paese che ha riconosciuto con una sua legge il reato di clandestinità, trasformando gli irregolari in criminali, può succedere anche questo. Che si criminalizzi la povertà, che ci si autoproclami giustizieri, che si pensi di agire a favore della comunità liberando la società di questa gentaglia. E così nel bel paese, quello degli italiani brava gente il 25 gennaio tre ragazzi hanno preso a sprangate quattro senzatetto in piazza Piccapietra a Genova.

Bene ha fatto Gad Lerner nel suo articolo a ricordare i nomi delle quattro vittime. Per sottolineare che non sono solo dei clochard, dei barboni, dei senza fissa dimora, dei poveri, degli stranieri, ma più semplicemente delle persone con un nome, un volto, una storia, dei sentimenti. Allora anche noi vogliamo ricordare i loro nomi: Alice Velochova,Jan BobakSusanna Jonasova e Jonas Koloman. Sono slovacchi, sono poveri, sono donne e uomini, sono feriti.
Ora gli inquirenti stanno mettendo insieme i pezzi per identificare i tre ragazzi. Se sono minorenni il loro nome non sarà reso noto e qualcuno lavorerà con loro per cercare di fare loro ritrovare quell’umanità che hanno perso. Ma non basta prendere i tre giovani. Perché questi ragazzi sono figli di una cultura, di un pensiero, di una ideologia che sta avvelenando neanche troppo silenziosamente l’Europa.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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