Scontro sulla riforma del giornalismo. Il Consiglio nazionale dell’Ordine si spacca. Passa un progetto che propone al Parlamento solo piccoli ritocchi all’assetto attuale, mentre ne viene respinto uno che auspicava innovazioni più profonde. Vince lo schieramento conservatore. Il presidente Enzo Iacopino non riesce a portare in porto il progetto di riforma. Peraltro l’Ordine non rende nemmeno pubblici i risultati e i verbali della riunione, come sarebbe dovere di un ente pubblico.
In assemblea, al termine del lungo lavoro della commissione per la Riforma e la presentazione di un testo più innovativo (Rea-Bonini), i passi avanti venivano annullati. Decisivi i voti espressi dai rappresentanti dei pubblicisti. E’ noto che negli ultimi anni il rapporto di forza fra questi e i professionisti (2 a 1) si è fortemente alterato, per via del meccanismo previsto dalla legge del ’63. Si prevedeva di ripristinarlo e al tempo stesso di proporre al Parlamento la creazione di un Albo unico, che comprendesse tutti coloro che effettivamente svolgono attività giornalistica ed hanno superato l’esame di stato. Via normale di accesso dovrebbe diventare quella attraverso il canale universitario, come per tutte le professioni.
Nulla di tutto questo per ora si realizzerà. Il voto del Consiglio nazionale ha spazzato via tutto.
Qualcuno parla di “via pubblicistica alla professione”, qualche altro addirittura di morte dell’Ordine. Pino Rea che aveva firmato il progetto più innovativo insieme con Carlo Bonini ha scritto: “E un trionfo per gli interessi degli editori. I quali – se non interverrà una riforma radicale, che imponga, indirettamente, una completa trasformazione del mercato del lavoro e un riequilibrio sostanzioso nei redditi e nei diritti fra lavoro dipendente e lavoro autonomo – potranno continuare ad utilizzare il pubblicismo come il bacino da cui attingere forza lavoro a basso prezzo da spremere quanto più è possibile”.
Resterà dunque lo strapotere degli editori; resterà la piaga del precariato e degli articoli pagati pochi euro; resterà l’influenza sull’Ordine di quella massa di pubblicisti (50.000) che, pur essendo iscritti, non si sa quale attività svolgano. Da rilevare che del dibattito all’Ordine nazionale non hanno dato alcuna notizia i giornali e i maggiori mass media, a parte qualche sito specializzato.
Questo il documento che dopo la riunione del Consiglio è stato diffusodai Consiglieri nazionali che si riconoscono nella sigla di ‘’Liberiamo l’ informazione’’:
“I consiglieri nazionali dell’Ordine di Liberiamo l’Informazione e di Contrordine, preso atto che la maggioranza del Cnog, all’esito della discussione e del voto su un progetto di riforma da sottoporre al Parlamento, ha:
-respinto in maniera netta i principi e l’articolato di riforma presentato da Liberiamo l’Informazione e Contrordine (fine della distinzione professionisti/pubblicisti) albo unico, e riduzione dei componenti del Consiglio a 60 membri dagli attuali 158;
-approvato a maggioranza (59 a 57) amputandolo di alcuni dei suoi principi cardine il progetto di riforma faticosamente mediato all’interno della commissione insediata dallo stesso Cnog, stravolgendone così il significato;
ritengono che il consiglio, in virtù della sua maggioranza politica e del rapporto di forza numerico tra pubblicisti e professionisti, abbia definitivamente certificato la sua incapacità ad autoriformarsi.
Denunciano una intollerabile situazione di stallo per la quale, in difformità dagli intenti della legge istitutiva del 1963, il Consiglio Nazionale è tenuto numericamente in ostaggio da chi esercita la professione in modo occasionale o anche a tempo pieno senza aver avuto alcun percorso formativo e superato alcun esame di idoneità. I consiglieri di Liberiamo l’Informazione e di Contrordine ritengono pertanto che l’iniziativa per una vera riforma abbia ora quale unico sbocco un dialogo diretto con le forze politiche e sociali interessate a un’informazione autonoma e libera basata su un indifferibile cambiamento.
Avvieremo quindi nelle prossime settimane una raccolta di firme presso tutti gli ordini regionali e tutte le redazioni a sostegno del proprio progetto di riforma che sottoporranno direttamente al Parlamento.”
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