
Che la rivista scandalistica “Closer” possa essersi spinta “troppo in là”, come parrebbe escludere Antonio Di Bella contestando il giudizio della grande stampa francese, non lo so ma è probabile. Più che alla trasparenza dell’uomo politico, certo tipo di stampa mira a vendere copie solleticando la curiosità morbosa dei lettori. Credo che in certi casi la sobrietà dell’informazione faccia la differenza, in Francia come negli Stati Uniti. Con questa precisazione, condivido l’articolo che segue, tratto dal sito di articolo 21. (nandocan).
di Antonio Di Bella, 13 gennaio 2014 – Il presidente Hollande e la sua amante. La stampa si è spinta troppo in là o no? La grande stampa francese prende le distanze da “closer”la rivista scandalistica che ha messo in piazza gli incontri segreti di Hollande. Fatti privati ininfluenti sugli affari pubblici scrive ad esempio Liberation e perfino Marine Le Pen appoggia per una volta Hollande:”non c’e’ spreco di soldi pubblici quindi sono affari suoi”. Può essere (non ci sono certezze granitiche neanche nel diritto in quest’ambito)ma i miei lunghi anni di lavoro negli stati uniti mi fanno propendere per una versione più americana che francese della libertà di informazione. Negli Stati Uniti il politico, una volta eletto, non può più avere zone nascoste al pubblico. Perfino il suo bollettino medico viene reso noto. L’idea di fondo è che l’interesse pubblico prevale sulla privacy.Principio rischioso, certo, che urta la suscettibilità francese sulla inviolabilità della privacy di un individuo. Hollande, oltre che presidente, è anche privato cittadino. Ma nel momento in cui bisogna scegliere non ho dubbi: meglio rischiare l’invasione di campo della privacy che limitare il diritto all’informazione. Altrimenti la deriva possibile è un controllo del potere sui mezzi di informazione, il male peggiore per una democrazia moderna.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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