da Massimo Marnetto, 6 novembre 2013 – De Blasio è diventato sindaco di New York.
Perché ha capito che la fame di giustizia sociale è la priorità di ogni comunità.
Anche da noi, in Italia, abbiamo un disperato bisogno di equità sociale, ma pochi sono i politici di sinistra che se ne fanno carico. Preferiscono – come va dicendo Renzi da tempo – trovare voti a destra, mantenendosi cauti su questo tema.
Ma un paese senza giustizia sociale si spacca in due, tra pochi ricchi che vogliono sempre più sicurezza a protezione dei loro privilegi e tanti poveri, che covano rabbia e violenza per la loro emarginazione.
In mezzo, una classe media che si assottiglia sempre più, polarizzata tra questi estremi.
De Blasio ha capito che la classe media è il pilastro della democrazia e della coesione e non può essere lasciata esposta all’erosione del mercato, ma va ricostruita con la buona politica.
Con alloggi e scuole pubbliche frutto di provvedimenti di forte valenza redistributiva. Ovvero tasse a chi ha di più, per offrire servizi sociali di inclusione a chi vive sotto la soglia di povertà, nella città con la più alta concentrazione di ricchezza al mondo.
Il sindaco “rosso” ha avuto l’abilità di far capire ai ricchi che portare in classe media i poveri è un investimento per la loro sicurezza e i loro affari, più di plotoni poliziotti schierati nelle periferie e battenti campagne pubblicitarie.
Ha fatto capire ai poveri che c’è un’amministrazione che li ha localizzati e sta organizzando i soccorsi per andarli a togliere dal loro isolamento.
Da noi, invece, i ricchi sono stupidi. Evadono le tasse, che diventano sempre più opprimenti per gli altri, senza pensare che così il Paese si inabissa anche per loro.
E mentre molti poveri sprofondano cantando “meno male che Silvio c’è”, la classe media che vertreba il Paese non trova una rappresentanza politica adeguata.
Quando arriverà un de Blasio anche da noi?
Forse quando una famiglia multietnica con una moglie ex lesbica non spaventerà i benpensanti e il vero scandalo saranno la povertà e l’ingiustizia sociale.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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