Redazione LSDI | 11 giugno 2013
Il digitale non è certo la causa delle rivoluzioni, non l’ unica, ma quando si sviluppino determinate condizioni, il web sociale può dare luogo a proteste di massa secondo modalità che sono oramai ricorrenti.
Le ha individuate e descritte Zeynep Tufekci, una tra le migliori studiose dell’intersezione tra Internet, società e politica al mondo e turca di nascita, ‘’in un lungo e bellissimo post (Is there a Social-Media Fueled Protest Style? An Analysis from #Jan25 to #geziparki) sul ruolo giocato da Facebook e Twitter rispetto a quanto sta accadendo nel suo Paese’’, come scrive Fabio Chusi sul suo blog. Consentendoci – aggiunge – di tracciare un primo profilo fatto di otto elementi comuni (da Tahrir alla Tunisia, dagli Indignados a Occupy passando per la Grecia) del social media-style of protest.
Questi gli otto tratti distintivi, secondo la sociologa americana:
- Mancanza di leadership organizzata
- Sensazione di una mancanza di sfogo istituzionale
- Partecipazione di non-attivisti
- Rottura dell’ignoranza pluralista
- Organizzazione intorno a un ‘no’
- Attenzione esterna
- Social media strutturano la storia
- Non facilmente controllabile.
Fabio Chiusi riporta un’ ampia sintesi delle argomentazioni relative a ciascun punto. Un’ analisi molto interessante dei meccanismi che hanno determinato l’ andamento delle manifestazioni da #gen25 (Egitto, 2011) a #geziparki.
Il lavoro di traduzione e commento di Chiusi è stato segnalato da Nicola Bruno che, su Meet the media guru,ricorda come molti di questi tratti si trovino elencati anche nell’ultimo saggio di Manuel Castells Reti di indignazione e speranza (Egea). Il sociologo spagnolo ne ha parlato a lungo durante l’incontro di MtMG delloscorso novembre, ricorda Bruno che fornisce il link alla lecture integrale e al live-coverage dell’ evento.
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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