Tutti i demoni e gli angeli del Messico

di Livio Zanotti

Pioveva come nelle piaghe d’Egitto e a fine serata, in attesa che smettesse, mezza dozzina d’inviati di giornali e TV facevano tardi attorno a uno dei non molti tavoli di Reynaldo, dietro lo Zocalo di Acapulco. Davanti a loro resti di polpo bollito e aragoste alla brace, maionese e mais triturato: squisitezze dell’orgogliosa cucina di mare dello stato diGuerrero (che “cattura ogni palato”, avverte un cartello appeso all’ingresso della trattoria). Dietro, ormai lontanissimi da ogni conversazione, liquefatti nella memoria del giorno per giorno ma incancellabili dalla storia quegli “anni con Laura Diaz” raccontati da Carlos Fuentes.

I tumulti politico-culturali del Messico di Frida Khalo, muralistas, poeti, cineasti, amori e avversioni irrevocabili, la piccozza stalinista che spaccò la testa di Leon Trotski. Poi i mille giovani di plaza Tlatelolcosterminati dal presidente Diaz Ordaz nel Sessantotto (sempre a tradimento). La feroce violenza che i messicani non riesconoa strappare dal loro calendario.

Vite a rischio

Un femminicidio, un altro dei tanti che implacabili si susseguono, è l’ultima notizia che aveva riunito quei professionisti dell’informazione, vite più che mai a rischio anche le loro. L’incontro precedente era stato per l’assassinio di un collega ben conosciuto da tutti i presenti: il diciottesimo del 2022, che aveva portato a 178 quelli degli ultimi vent’anni. Bilanci lugubri, da aggiornare con sempre maggiore frequenza. A uno dei commensali, corrispondente della CNN, tempo prima, era sembrato un buon investimento per la pensione l’acquisto di un petit hotel a Punta Diamante, qualche chilometro più a sud. Il turismo, malgrado tutto, tirava. Ma raccontava di aver dovuto disfarsene in fretta perdendo quasi l’intero capitale, perché la malavita del posto glielo aveva incendiato la sera prima dell’inaugurazione.

Il Messico, adesso, non è certo riassumibile in alcuni pur tragici episodi. Tanto meno è l’unico paese a doversi misurare con corruzione e brutalità diffuse e radicate (in Italia, per dire, in quel che va del 2022 sono state massacrate 81 donne).Resta che il loro ripetersi, moltiplicandosi negli anni, ancora quasi tutti gli ultimi quaranta, impone di osservare innanzitutto la condizione quotidiana della gente comune (la stragrande maggioranza dei 130 milioni di abitanti, attuali eredi di una vita umana che in quel territorio tra i più vasti delnostro pianeta i paleontologi datano a 11mila anni addietro). Negli isolati casolari del Messico rurale in cui vivono 25 milioni di persone, negli agglomerati minori che ne ospitano altrettanti, nelle curve e dietro gli angoli delle sue cittàsovrappopolate, caotiche, allarmanti; prima che nei monumentali palazzi del potere e tra i numeri possenti di un’economia industrializzata, in Latinoamerica seconda solo al Brasile. 

Una morte sempre incombente

In una storia i cui molteplici incroci etnici, le innumerevoli diversità culturali che ne sono conseguite (68 lingue diverse ufficialmente riconosciute), sviluppandosi su una magnifica e sterminata geografia hanno dato luogo a una realtà grandiosa che metabolizza in uguale misura glorie e infamità, creatività e lutti. Il messicano comune ha una cosmovisione in cui convive permanentemente con la morte, la blandisce e ne alimenta il suo spirito, la celebra per non dimenticarla e così difendersene, mi ha riassunto una volta la scrittrice Elena Poniatowska, per acutezza ed esperienza incomparabile testimone dell’ultimo mezzo secolo. Preceduta e confortata da Juan Rulfo, nel cui magistrale “Pedro Paramo” nefandezze e soprusi, una morte sempre incombente, sono il contesto in cui la grande proprietà terriera ha dato origine allo stato messicano.

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