Questa ossessione del “ritmo” nei talk show televisivi, fino a sacrificarne la comprensione, che critica oggi Marnetto e anch’io ho deplorato più volte, è uno dei tanti frutti avvelenati dell’informazione spettacolo come la semplificazione della complessità, il privilegio accordato ai luoghi comuni, l’insopportabile sequenza di applausi da parte del pubblico in studio, l’invito ripetuto ai soliti noti a cominciare dai professionisti della provocazione alla Sgarbi, ecc. Frutti avvelenati importati tanti anni fa con l’avvento della televisione commerciale e con il culto dell’audience. Che poi alla fine di una delle interminabili puntate serali siano in pochi a poter dire di avere appreso qualcosa di veramente nuovo dall’informazione televisiva appare del tutto secondario. Tra una interruzione pubblicitaria e l’altra – queste sì contano – l’importante è che si divertano (nandocan).
Il giornalista pensa così di dare “ritmo” alla trasmissione o di apparire come presenza dominante, mentre invece provoca frustrazione in chi cerca profondità negli interventi. Che magari richiedono qualche secondo in più di quanto consente la stipsi dei cosiddetti tempi televisivi. Ne esce un confronto spezzettato, nervoso, confuso, dove neanche gli ospiti rispettano il turno di parola, perché sanno che il conduttore incoraggia l’effetto pollaio per avere più audience. Io a quel punto spengo. Mentre le (poche) volte che in studio ci sono ospiti che si rispettano, è un vero piacere ascoltarli.
