Rimpatri.Trasformare la frustrazione in riscatto

***di Massimo Marnetto, 18 giugno 2018 – Lieto fine per l’Aquarius, ma il problema migranti rimane ancora senza una soluzione adeguata alla sua complessità. Che si fa con chi viene salvato in mare, ma non scappa da una guerra? O con chi viene respinto nelle Strutture-filtro (hotspot) di terra, come quella in Niger, perché non ha i requisiti per l’asilo?

Manca ancora la “filiera” delle azioni, mirate a un piano per trasformare il respingimento in rientro duraturo.
Il rimpatrio dovrebbe essere il primo atto di un percorso di apprendistato e lavoro di pubblica utilità da svolgere nella nazione di provenienza, nell’ambito di progetti di collaborazione europea. Così, “aiutarli a casa loro” non sarebbe più uno slogan, ma l’avvio di progetti di cooperazione-formativa, dove i fondi devono servire non solo a coprire i costi dell’opera, ma anche a formare i rimpatriati – in aula e in cantiere – fino a professionalizzarli per contribuire a realizzarla come edili, falegnami, elettricisti, idraulici, ecc.
Insomma, chi rientra non deve sentirsi un fallito, ma una persona che ha un’altra opportunità per scappare dalla miseria, sena scappare dalla sua terra, grazie al bagaglio di formazione e opportunità per cambiare il proprio destino con il lavoro. Certo, le opere costruite con l’inserimento di manovalanza in formazione sarebbero più lente e più costose, ma lascerebbero nelle regioni più povere – specie sub-sahariane  – non solo pozzi, scuole, presidi sanitari rurali, ma anche la cultura della dignità del lavoro e l’orgoglio identitario per aver contribuito a costruirle.
Trasformare la frustrazione in riscatto è l’unica duratura motivazione per non tentare ancora la traversata del Mediterraneo. Solo se si ha la speranza  di ricominciare a vivere con il proprio lavoro e di essere stimati dal proprio gruppo, si rimane. E’ questo insieme di micro-progetti individuali la priorità da inserire nei nuovi macro-progetti pubblici di cooperazione.

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