Così, quando scoppia un “caso” come le intromissioni della National Security Agency, si concorda un copione da dare in pasto alla pubblica opinione, ritualmente composto da tre fasi: drammatizzazione, scontro, riappacificazione. Ovvero, convocazione dell’ambasciatore; “franco scambio di opinioni”; comunicato che certifica il “reciproco impegno a preservare gli ottimi rapporti tra i due stati”.
Ma questo è niente, rispetto alla cessione di sovranità che USA e UE stanno negoziando per l’adesione al Trattato Transatlantico di Investimenti e Partnership (TTIP).
Se dovesse andare in porto questo accordo – circondato da un inquietante cortina di riservatezza – le multinazionali potrebbero portare in giudizio uno stato, dimostrando che ha adottato leggi peggiorative dei rendimenti iniziali. Cioè, lo Stato non potrebbe – per esempio – alzare il minimo retributivo salariale o imporre controlli di qualità più stringenti (e costosi) per legge, di quanto non fosse previsto alla data della sottoscrizione del Ttip.
Come si vede, il trattato non è commerciale, ma politico. Non è di “libero scambio”, ma di ingerenza programmata. Perché conforma decisioni sulla vita di tanti, ad esigenze di profitto per pochi. Qui non c’è da convocare alcun ambasciatore, ma la nostra dignità e resistenza. I due pilastri della sovranità personale, senza la quale non esiste quella nazionale.
