Quel mentitore irrecuperabile di Netanyahu

Il nome di una città importante degli USA alla principale linea di confine di Israele col mondo arabo sembra richiamare alla mente il peso che gli Stati Uniti hanno (o avevano?) sulla politica dello Stato ebraico. E in effetti l’attesa di un contributo decisivo per le sorti di Gaza che può venire dal voto di novembre non è senza fondamento. Tuttavia, sarà forse per prudenza sull’esito delle elezioni, non è ancora facile prevedere il peso di una probabile vittoria di Kamala Harris sulle sorti di Netanyahu, che alla vittoria di Trump e alla continuazione della guerra e dell’occupazione sembra avere affidato tutta la sua speranza di sopravvivenza non solo al governo ma alla vita politica (nandocan)

da Remocontro

L’ambiguità della comunicazione di Netanyahu, per usare un eufemismo. Spesso il primo ministro israeliano in pubblico dice una cosa e in privato un’altra, confondendo un po’ tutti: probabilmente allo scopo di allontanare un cessate il fuoco. Perché il personaggio è corrotto dentro. E’ il male carogna, scrive qualcuno e riposta il Post.

Corridoio di Filadelfia l’occasione, Cisgiordania l’obiettivo

Benjamin Netanyahu mostra la posizione del corridoio Philadelphia su una mappa dove non compare la Cisgiordania, il 2 settembre. Lunedì scorso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato quale fosse una delle sempre ‘irrinunciabili’ priorità per il suo governo e per la sicurezza nazionale di Israele: controllare il cosiddetto “corridoio Philadelphia”, cioè la linea di confine tra il sud della Striscia di Gaza e l’Egitto. Fronti variabilmente ‘irrinunciabiIi’, sulla base della commedia che il premier ha deciso di mettere in scena. Ora il futuro del corridoio Philadelphia è una delle questioni su cui sono bloccati i negoziati per un cessate il fuoco a Gaza, un tema diventato ricorrente solo di recente nei discorsi di Netanyahu.

Corridoio Filadelfia cosa?

Fino a poco tempo fa, infatti, non era indicato come prioritario, tanto che l’esercito israeliano aveva occupato il corridoio solo a maggio, cioè più di sei mesi dopo l’inizio dell’invasione della Striscia. Inoltre, mentre Netanyahu ribadiva la centralità del corridoio e definiva il suo controllo un «imperativo strategico», i suoi negoziatori che stavano partecipando alle conversazioni per un cessate il fuoco a Gaza dicevano ai mediatori che il governo israeliano sarebbe stato disponibile a un ritiro dal confine durante la seconda delle tre fasi del piano in discussione: una cosa evidentemente in contrasto con quanto detto da Netanyahu pubblicamente.

Come cambiano la parti in commedia

Negli ultimi mesi le posizioni di Netanyahu sul corridoio Philadelphia non sono state le uniche espresse dal primo ministro a cambiare in maniera piuttosto repentina: in alcune occasioni Netanyahu ha fatto discorsi poco coerenti con cose dette in precedenza, mentre in altre è emerso che le sue dichiarazioni pubbliche sono state in contraddizione con quelle fatte in privato.

Bugiardo organico di lunga pezza

Durante tutta la sua carriera, Netanyahu ha usato tattiche di questo tipo per bloccare il raggiungimento di una risoluzione ampia al conflitto israelo palestinese, ha detto al Washington Post la consulente per le campagne elettorali Dahlia Scheindlin: ma «questo è l’esempio più estremo di informazioni diametralmente opposte sulle decisioni prese da Netanyahu. Non è la solita cosa, è diversa».

Menzogna diversa da tutte le altre

Una delle conseguenze di questa confusione è stato il fatto di rendere più complicata la vita ai negoziatori israeliani e di conseguenza anche ai mediatori che stanno provando a facilitare un accordo sulla Striscia di Gaza: non solo non è chiaro quale sia nel concreto la volontà di Netanyahu sulle singole proposte, ma ci sono dubbi anche sull’effettiva volontà del governo israeliano di rispettare gli impegni presi nelle varie fasi previste dall’accordo (il testo su cui si sta lavorando da mesi prevede tre fasi, nelle quali è inclusa la liberazione degli ostaggi, l’arrivo massiccio di aiuti umanitari nella Striscia e il ritiro dei soldati israeliani).

Secondo diversi analisti e osservatori, la reale intenzione di Netanyahu sarebbe però proprio quella di allontanare la possibilità di un cessate il fuoco, e l’ambiguità delle sue dichiarazioni sarebbe funzionale a questo scopo.

Il governo che sopravvive solo se rifiuta il cessate il fuoco

Il governo di Netanyahu, infatti, sopravvive solo grazie all’appoggio dei partiti ultranazionalisti guidati da Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, senza il quale il primo ministro non avrebbe la maggioranza in parlamento. Questi partiti hanno però avvisato che toglierebbero l’appoggio del governo nel caso in cui Netanyahu accettasse l’attuale proposta per un cessate il fuoco, anche se questa permettesse un graduale rilascio degli ostaggi israeliani.

Truffa e corruzione del 2020

Qualora non fosse più primo ministro, per Netanyahu sarebbe più difficile rallentare e ostacolare il processo per truffa e corruzione iniziato nel 2020 e da allora in corso. In estate il primo ministro ha chiesto di rinviare la sua testimonianza in aula a maggio dell’anno prossimo, ma il tribunale di Gerusalemme si è opposto alla richiesta e ha detto che dovrà testimoniare a dicembre. «Finire la guerra è nell’interesse di Israele», ha scritto sui social il leader centrista dell’opposizione, Yair Lapid.«Finché esisterà questo governo, la guerra continuerà, ad evitare al premier e  ad alcuni suoi accoliti il carcere».

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