Se il Professore insiste per l’”unità a prescindere”, come scrive oggi Marnetto, non credo che sia per salvare il Partito di Renzi, come ormai tutti hanno ribattezzato il Pd. Nè penso che abbia dimenticato il ruolo che i renziani ebbero nel far saltare la sua elezione alla presidenza della Repubblica, ipotesi confermata di recente anche da una testimonianza scritta del senatore Quagliarello. Chi ha dato questa indicazione ai suoi lo ha fatto probabilmente non tanto per ostilità verso Prodi quanto per affossare la segreteria di Bersani. Come infatti è avvenuto. Se dunque Prodi è intervenuto ieri per l’unità del centrosinistra penso che l’abbia fatto per eccesso di realismo e nella (disperata) speranza di salvare quel niente che resta dell’eredità dell’Ulivo. O almeno sottrarsi all’accusa di aver firmato, col silenzio giustamente critico di questi anni, il certificato di morte della sua sfigurata creatura (nandocan).
Mi spiace dirlo perché stimo Prodi, ma non condivido la sua posizione.
Anzi, credo che il tradimento dei valori fondanti di sinistra – come è avvenuto per mano del PD di Renzi – obblighi alla denuncia e alla separazione, se ha ancora un senso la fede agli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia. Anche se la strada è più dura e faticosa. Chi è rimasto nel partito come Cuperlo per amore di unità, alla fine se n’è dovuto fare una ragione: senza conflitto e rottura, si è inutili. No, caro Professore, non ci siamo. In un Paese dove il PD ignora la maggioranza che soffre, la priorità non è la sua unità, ma la lotta alle ingiustizie.
