Privacy cranica

La tortura è il modo in cui da secoli si è provato e purtroppo si prova ancora ad estorcere i pensieri più reconditi della mente umana. Da tempo le droghe o l’ipnosi servono anch’esse allo scopo. La violazione della privacy cranica non ha atteso dunque l’iniziativa di un miliardario per operare. Che la scienza consenta oggi tecniche più raffinate per raggiungere il medesimo scopo con metodi meno brutali e cruenti non è forse il peggiore dei mali ma soprattutto non impedisce alle leggi di vietarne l’uso diretto a violentare la libertà altrui (nandocan)

di Massimo Marnetto

Vorrei che la ”privacy cranica” fosse riconosciuta come un nuovo diritto universale della persona. Mi riferisco agli studi inquietanti rivelati dal miliardario Mask per impiantare microchip sulla testa di un umano e consentirgli così di eseguire atti preclusi da patologie neurali. L’aspetto inquietante è l’altro lato della medaglia ovvero la possibilità di inviare segnali inversi per controllare individui sani. Ma ad aggravare le cose ci sono già studi avanzati di sensori in grado di leggere i pensieri, dispositivi ben più sofisticati della macchina della verità. 

Tutto ciò costituisce una violazione inaccettabile. Il diritto alla ”privacy cranica” deve prevalere sulla tecnologia e imporre un limite: nessuno deve essere in grado di estinguere il mio ambito mentale più intimo, perché il retropensiero è fondamentale nell’esecuzione del discernimento; e la buona ipocrisia – lo sforzo di adattare la verità all’opportunità – è un lubrificante indispensabile alla relazione. La tecnica non può consumare la violazione di domicilio mentale, distruggendo i nostri equilibri personali e sociali. Va fermata.


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