Perché il documento Draghi non fa bene alla nostra economia

Dall’intervento di Elena Gramaglia sul Forum delle disuguaglianze e diversità ho stralciato (arbitrariamente) la parte che segue sul rapporto raccomandandone la lettura integrale (nandocan)

Elena Gramaglia sul Forum DD

“….Il documento Draghi propone di chiudere il gap di produttività tra Usa e Europa, ma questa enorme differenza di produttività non è detto che ci sia e senz’altro va ridimensionata. Non solo perché la produttività Usa non è poi cresciuta così tanto, ma anche perché la misura del rapporto è basata sull’andamento nominale, un dato che è però influenzato dal rafforzamento del dollaro. Per una comparazione più corretta servirebbe il confronto a parità di potere d’acquisto ma questo il documento non lo fa.

L’altra grande proposta, rafforzare i monopoli di alcuni grandi «campioni», pone una domanda inevasa: a chi andrebbero i guadagni di produttività? A seguito delle grandi concentrazioni negli Stati niti si è verificata una grande contrazione del valore appannaggio della parte più rilevante della popolazione. E allora, se riusciremo a crescere di più, qual è il vantaggio di questa crescita se se ne appropriano le persone più ricche?

Senza contare il problema di una crescita che avviene a scapito dell’ambiente. A questa obiezione si risponde sempre che aumentando la torta ci sarà poi più spazio nella redistribuzione. In realtà, più le disuguaglianze primarie sono molto elevate più è difficile compensarle attraverso la mano pubblica. Lo spiegava molto bene già Tocqueville: la redistribuzione è più facile quando le disuguaglianze non sono eccessive; in una società ultra-segmentata i più ricchi fanno secessione come esplicitava la copertina di un rapporto Ocse di qualche anno fa che raffigurava in una mongolfiera l’1% che si allontana dal pianeta terra e diceva good-bye. I ricchi sono propensi alla secessione.

Le ricette monetariste

In realtà, dietro l’idea della redistribuzione che avviene nel secondo tempo, dopo cioè la garanzia di aumenti di produttività, c’è ancora la vecchia idea del «trickle down», lo «sgocciolamento» di matrice liberista secondo cui le ricette monetariste scenderanno giù nella società un po’ alla volta: un’idea contraddetta dalla pratica di questi ultimi trent’anni. 

C’è poi un secondo aspetto molto negativo: la deregolamentazione. Le varie regolamentazioni a cui, ad esempio nel mondo universitario, siamo sottoposti nei progetti europei, è certamente eccessiva e quindi in questo senso si può intervenire. Ma non si può non vedere l’altra faccia della regolamentazione, il fatto che, come ricorda Paul Krugman, offra sicurezze e certezze tali che, ad esempio, in Europa si hanno meno morti sul lavoro o un monitoraggio in campo farmaceutico che garantisce di più la salute. La regolamentazione non può essere presentata necessariamente come un impaccio. 

Il rapporto farà male all’Unione europea?

Sì, perché crea più disuguaglianze. In economia si propone di lasciare libere le «forze creative». Ma se la strada è l’accettazione dei monopoli in particolare attorno alla proprietà intellettuale e alla gestione dei dati, ci troviamo in una condizione ben diversa da quanto proponeva la «distruzione creativa» di Joseph Schumpeter.

Qui siamo in presenza di monopoli duraturi e non scalabili che saranno dannosi non solo per i consumatori, ma anche per il potere politico. Enormi ricchezze equivalgono a enormi concentrazioni di potere politico, come mostra chiaramente il modello Usa.

Serve un’attenzione collettiva

Siamo di fronte a cambiamenti così forti, sul fronte ambientale o dell’innovazione tecnologica, che non possiamo lasciare tutte le scelte al mercato inteso come consumatori e produttori. Serve un’attenzione collettiva, serve individuare la direzione di marcia che vogliamo intraprendere.

Tecnologie per il lavoro di cura o tecnologie che servono solo a risparmiare lavoro? Troppo spazio viene dato alla difesa e agli armamenti, mentre serve un’economia di scala garantita da una difesa comune, limitando però i rischi di uno smisurato apparato militare-industriale. Nel rapporto c’è poi una totale disattenzione alla partecipazione democratica, il Parlamento non ha spazio…..”


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