L’assemblea nazionale a cui si riferisce Marnetto è la stessa che ha eletto nel 2017 l’attuale direzione. Con l’attribuzione su base regionale dei 1000 componenti, con il 69,17% dei voti Renzi aveva ottenuto 700 delegati, Orlando 212, Emiliano 88. Dunque, nonostante la presa di distanza da parte di Franceschini, Martina e altri della componente renziana, i renziani conserverebbero la maggioranza. In gioco non è tanto la posizione da assumere sul governo, che potrebbe restare quella della relazione Martina alla riunione di giovedì scorso, quanto la scelta delle candidature per le elezioni europee del 2019 e per le prossime elezioni politiche (nandocan).
Che non verrà nemmeno dall’Assemblea (altra unanimità?). Ormai è evidente: per rigenerarsi (contarsi), ci vuole il Congresso, perché nel PD non è più questioni di leader, ma di linea politica. E senza una linea chiara – magari riorientata alle emergenze piuttosto che alle eccellenze – eventuali elezioni anticipate sarebbero un altro bagno di sangue.
Se il Congresso arriva prima delle elezioni, il PD ha una possibilità di ripresa. Se invece arriva dopo un’ulteriore debacle elettorale, la scissione è certa. Tutto sommato, il male minore rispetto al dramma di un Paese che a quel punto verrebbe consegnato alla destra, con l’appoggio del partito neo-macronista costituito da fuoriusciti dal PD, esuli dei 5 Stelle e dai catto-centristi da tana.
Riuscirà l’Assemblea del PD a decidere il Congresso?
Qui dipende dal coraggio di uscire allo scoperto da parte dei critici di Renzi, per trasformarsi da fronda a mozione alternativa. Soprattutto per rilanciare la giustizia sociale e la questione morale come obiettivi imprescindibili della sinistra e incompatibili con quelli della destra, dopo una stagione di indecente negazionismo delle differenze profonde tra queste due opposte visioni della società, con il solo fine – tragico – di “cercare voti a destra”.
