“L’io non è padrone in casa propria”

Giovanni Lamagna su Facebook

L’aveva già detto Freud a chiare lettere nella sua “Introduzione alla psicoanalisi” (1915-1917: dunque oramai più di cento anni fa): “L’Io non è padrone in casa propria”. Che, in buona sostanza, significa questo: nessuno di noi è (pienamente) padrone delle proprie azioni; chi più e chi meno. Ma la maggior parte di noi (compresi molti psichiatri, psicologi, magistrati e giornalisti) fa fatica ad accettare questa “verità”; o, addirittura, la ignora del tutto.

Quando l’assassino….

Per cui di fronte a tragedie come la uccisione di una giovane donna avvenuta un mese fa nella Bergamasca, quando l’assassino confessa di averla ammazzata senza un movente, perché aveva sentito un impulso ad uccidere, o come la strage compiuta l’altro giorno a Paderno Dugnano da un giovane diciassettenne che ha sterminato con un coltello il fratellino, la madre e il padre, stiamo ancora a chiederci se gli assassini erano “capaci di intendere e di volere”.

E qualcuno (perfino perito psichiatrico) risponde che “sì, erano capaci di intendere e di volere”.

Mettendosi sotto i piedi cento anni e passa di psicoanalisi e confondendo banalmente il concetto di “lucidità mentale” con quello di “sanità mentale”; come se il pazzo non fosse in grado di affermare che “due + due fa quattro” o di adoperare un coltello e programmare un omicidio.

Come se certe abilità logiche e una certa lucidità mentale escludessero ipso facto la condizione di follia e certificassero la sanità mentale di una persona.

Ma quando cresceremo come società civile?

Il problema è che noi abbiamo bisogno – di fronte ad eventi così tragici e orripilanti – di creare il mostro, per non vedere e riconoscere il mostro (almeno potenziale) che è in ognuno di noi o molto vicino a noi.

E così, invece di “approfittare” di fatti simili per conoscere di più noi stessi, facciamo la più classica delle operazioni di “rimozione”, proiettando sull’altro (e solo sull’altro) il “maligno” che è in noi, che abita anche in noi.

E in questo modo, in qualche misura, ci mettiamo in pace con noi stessi; o, meglio, ci anestetizziamo.

Invece di “curarci”, nel senso letterale del termine, cioè di porre cura a estirpare (o, quantomeno, potare) quella mala pianta che ha radici (anche se non lo vogliamo ammettere) nell’animo di ognuno di noi.


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