Non è la pompa il problema, la profilassi lo prevede, ma il luogo, l’umiliazione, la perdita del senso di umanità che avvolge tutta quella situazione. È questo che lascia sgomenti. Gli operatori della cooperativa Lampedusa accoglienza, che gestisce il centro, governano la fila con la disinvoltura di chi fa questo tipo di lavoro da sempre. È come se il limite del trattamento disumano e degradante fosse stato superato da tempo, e nessuno se ne fosse accorto. Immagini che gridano vendetta e che mettono l’Italia in competizione con la Libia paese del quale quasi tutti i migranti che attraversano i mediterraneo e approdano a Lampedusa, conoscono le umiliazioni del carcere, le violenze, gli stupri.
Sono tutti in fila in silenzio quegli uomini. Nessuno si lamenta. Il metro con cui loro misurano l’orrore è certamente diverso dal nostro, ma tra quegli operatori, quei medici, quegli infermieri che mettono in scena quella violenza, nessuno sembra dubitare per un solo istante.
Ci dice Khalid: arriviamo sulle barche, forse anneghiamo, forse no. Paghiamo un sacco di soldi. Vogliamo andare in Europa e vivere qui con le nostre famiglie, costruirci una nuova vita. Arriviamo qui e questa è l’accoglienza che troviamo. Ha ragione il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini: è il modello di accoglienza del nostro paese che dobbiamo cambiare e anche in fretta, prima di assuefarci tutti all’orrore.
*da articolo 21, il grassetto è di nandocan
