Quell’Amaca di un giornalista intelligente che ho sempre stimato avrei davvero voluto non leggerla. Specie là dove dice “Il “trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati” (o meglio dalla politica all’economia) è cosa fatta da almeno una generazione, a dispetto di La Valle e di una moltitudine di altre persone, tra le quali mi annovero: politicamente parlando, una moltitudine di sconfitti”. Quando anche l’intelligenza si piega al più cinico dei conformismi, sacrificando le ragioni di un’utopia più che mai necessaria per riemergere dalla palude del neoliberismo, allora mi confortano la lucida coerenza del mio vecchio amico Raniero e la comune resistenza (nandocan)
E poiché le Costituzioni sono destinate a durare, questa è la scelta che noi, sconfitti, lasceremmo a determinare la vita delle generazioni future.
È molto sorprendente che questa posizione (implicita ma negata nella propaganda ufficiale) sia ora resa esplicita e formalizzata sulla pagina più autorevole della “Repubblica”. Certo, non c’è niente di disonorevole in una sconfitta politica. Ma nel passaggio dello scettro dal popolo ai signori del Mercato non c’è solo la sconfitta della sinistra, c’è la sconfitta di tutto il costituzionalismo moderno e dello stesso Stato di diritto: il popolo sovrano infatti è il cardine stesso della democrazia e della Costituzione. Mettere super partes la nuova realtà per cui esso è tolto dal trono, sottrarre questo mutamento alla lotta politica, accettarlo come un fatto compiuto e finale, non è solo un efficientismo da quarantenni, è una scelta. E se a farlo è la sinistra, non è solo una sconfitta, è una caduta nella “sindrome di Stoccolma”, è un suicidio, ma col giubbotto esplosivo addosso, che distrugge insieme alla sinistra la politica, la democrazia e la libertà.
