Fino da quando eravamo alle elementari ci siamo sentiti ripetere a scuola che lo sviluppo delle relazioni commerciali tra i popoli rappresentava la migliore alternativa alla guerra. E probabilmente così è stato per secoli. La reciproca conoscenza facilitava una migliore comprensione di usi e costumi diversi dai propri, premessa necessaria di relazioni amichevoli.
Se così fosse anche oggi, la diffusione di un sistema economico come il capitalismo nelle sue diverse versioni, oggi per di più accompagnato dalla libera circolazione dei capitali e delle persone, avrebbe dovuto portare a una pace e ad una collaborazione permanente anziché contribuire con la “guerra economica” alle tensioni tra popoli e blocchi di stati.
Se non lo ha fatto è perché “il diavolo ci ha messo la coda” e una diversa competizione più o meno ostile, favorita e oggi teorizzata dal neoliberismo economico, ha preso il posto dell’attesa collaborazione. Tanto che la ferocia sofisticata di una produzione miliardaria di strumenti di distruzione reciproca garantisce oggi, insieme al predominio di pochi, la peggiore delle competizioni possibili (nandocan).
Piero Orteca su Remocontro
Pechino, il segretario di Stato Usa Antony Blinken incontra il presidente cinese Xi Jinping. Frecciatine su Taiwan, Kiev e interferenze cinesi sulle elezioni Usa. Armonia sulla intelligenza artificiale. Le parti hanno sottolineato più volte che l’obiettivo dei colloqui era quello di mantenere il dialogo, ma al di là dei sorrisi di circostanza, la visita a Pechino del Segretario di Stato americano, ha risvolti molto meno amichevoli di quanto possa apparire.
«La Cina potrebbe avere relazioni migliori con gli Stati Uniti e Unione Europea se Pechino o ‘alcune delle sue aziende’ smettere di fornire ‘componenti critiche’ grazie alle quali la Russia può produrre più munizioni», ribadisce poi Blinken in un’intervista alla Bbc al termine della sua visita in Cina.
Antico detto cinese: «Se non si fanno progressi, si sta tornando indietro»
Ieri, il diplomatico Usa ha incontrato prima il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, e successivamente il leader Xi Jinping. Meeting già programmati da tempo, ma che si sono svolti sotto una ‘cattiva stella’. Quella di Putin, che proprio mentre Blinken era in viaggio, ha annunciato una sua prossima (e certo sontuosa) visita a Pechino, scombussolando l’agenda di Blinken. Tra le righe delle successive dichiarazioni, si possono trovare spunti interpretativi per comprendere meglio il clima (e i risultati) dei colloqui.
Le armi all’Ucraina che da sole non bastano
Blinken si è recato in Cina con un mandato preciso, da parte di Biden: «avvisare» la leadership del colosso asiatico, che gli Stati Uniti non sono più disposti a tollerare gli aiuti sostanziali spediti alla Russia, sotto forma di ‘business’. L’Ucraina sta resistendo strenuamente ma a Washington sanno che il fronte potrebbe anche sgretolarsi. Per cui, all’emergenza si risponde con l’emergenza. Dopo il varo bipartisan dei 61 miliardi stabiliti dal Congresso per Kiev, ora la Casa Bianca cerca di chiudere, in ogni modo, i rubinetti dei rifornimenti che arrivano a Mosca. E fare pressioni sempre più forti, su un partner di Putin importante come la Cina, fa parte di questa «grand strategy».
Sorriso sulle labbra, bastone dietro la schiena
Naturalmente, come insegnano tutti i manuali di diplomazia, Blinken si è presentato col sorriso sulle labbra e con un nodoso bastone dietro la schiena. Cioè, ha minacciato i cinesi di ritorsioni che, per non perdere tempo, il suo capo aveva già provveduto a delineare, con un primo blocco di «provvedimenti persuasivi». Parliamo di dazi doganali. Per azzoppare l’economia di Pechino, la scorsa settimana Biden ha di nuovo usato il cannone: ha chiesto di triplicare le aliquote tariffarie esistenti sull’acciaio e sull’alluminio cinesi. Certo, lo ha fatto a Pittsburgh, in campagna elettorale e parlando a un comizio di metalmeccanici. Ma per lui può essere una mossa che gli consente di cogliere due bersagli. E per gettare altra benzina sul fuoco, ha messo in mezzo anche l’Ufficio del Rappresentante Commerciale degli Stati Uniti, facendogli annunciare un’indagine sui settori marittimo, logistico e della costruzione navale del grande Paese asiatico.
Se non è guerra armata, è guerra economica
Se non è una dichiarazione di guerra economica poco ci manca. Un formidabile potere contrattuale per Blinken, che lo ha usato anche per chiarire che l’altro gigantesco contenzioso sul tavolo con la Cina riguarda proprio il volume delle esportazioni. Anzi, da un punto di vista squisitamente geopolitico, su una scala temporale di medio-lungo periodo, sembra proprio questa la ragione di attrito più rilevante tra Usa e Cina. Un braccio di ferro che si porta appresso tutto l’Occidente, con l’Europa in testa.
Guerra russo-ucraina
Per quanto riguarda la guerra russo-Ucraina, secondo il South China Morning Post di Hong Kong, la Cina è stata chiara, dicendo che «difenderà risolutamente il suo diritto inviolabile al commercio con Mosca». Wang Yi ha detto che gli Stati Uniti «non dovrebbero interferire negli affari interni della Cina, sopprimerne lo sviluppo o calpestarne le linee rosse, quando si tratta di sovranità, sicurezza e interessi di gruppo». Concetti ribadito dal leader Xi Jinping, che ha voluto soprattutto battere sul tasto della rivalità commerciale, che rischia di sfociare in guerra economica aperta.
Cina, la libertà di crescere
«Ho detto molte volte -ha sostenuto Xi- che la Terra è abbastanza grande perché la Cina e gli Stati Uniti possano svilupparsi insieme e prosperare in modo indipendente». Il leader cinese ha aggiunto di augurarsi che «a Washington abbiano una visione positiva della crescita economica del suo Paese», perché, a suo giudizio, è proprio questo il problema principale che avvelena i rapporti tra le due superpotenze. «Solo quando questo problema fondamentale sarà risolto – ha concluso Xi – le relazioni Cina-Usa potranno veramente stabilizzarsi, migliorare e andare avanti».
L’America delle differenze
Meno ‘soft’ e sicuramente più ‘diretto’, che nel gergo diplomatico ha un suo preciso significato, il commento di Blinken riportato dal Dipartimento di Stato. «Bisogna andare avanti con l’agenda stabilita dai nostri Presidenti»(l’incontro diretto tra i due). «Diplomazia attiva, ma anche assicurarsi di essere il più chiari possibile nelle aree in cui abbiamo differenze. Almeno, per evitare malintesi ed errori di calcolo». La strategia diplomatica della Casa Bianca, cioè quella ‘face to face’, di guardare in faccia i propri interlocutori. E per chiarire che non ci devono essere trucchi e ripensamenti, capaci di vanificare gli impegni presi in precedenza. D’altro canto, la preoccupazione americana non è assolutamente campata in aria. Giovedì, al Business Forum di Mosca, è stato lo stesso Vladimir Putin ad annunciare una sua imminente visita a Pechino.
Asse Mosca-Pechino l’incubo di Biden
Il leader del Cremlino incontrerà Xi e i vertici del governo cinese, confermando «gli indissolubili rapporti della partnership senza limiti che ormai lega i due Paesi», in una sorta di ‘superblocco’ anti-Usa. Vista in questo modo, si spiega benissimo anche la ‘franchezza’ di Blinken, mandato allo sbaraglio da Biden, con la certezza di tornarsene a casa a mani vuote, ma con la solita valigia piena di chiacchiere e inchini orientali.
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