Intarsi

di Massimo Marnetto

Torna a Roma un amico di giovinezza da anni trasferitosi in un’altra città. La sorella al telefono mi prepara: ha l’alzheimer, ma si sta curando, sta bene e soprattutto si ricorda di te e vorrebbe tanto vederti. Ci incontriamo, è dimagrito, la parola è lenta ma è lucido. Faccio fatica a riconoscere in lui il batterista scatenato di quando da ragazzi suonavamo insieme. Siamo seduti al bar e mentre elaboro il suo cambiamento, penso che sia anche il mio,

La vecchiaia degli amici è lo specchio della tua. Ridiamo dei nostri ricordi con il piacere agrodolce di essere sopravvissuti a tutte le nostre ansie. Penso a quanta intelligenza ci voglia per non opporre resistenza al tempo e a lasciare che ci intarsi con la sua punta. Offre lui con affettuosa prepotenza, purché lo accompagni a rivedere il portone dove abitava.

Lo accontento, arriviamo, entra nell’androne, si guarda intorno in un silenzio pieno di presenze che non rovino con parole. Promettiamo di rivederci più spesso con amichevole finzione. Lo abbraccio, forte, accorgendomi del presentimento che sia l’ultima volta, ma lo scaccio. Torno a casa contento e triste. Forse sono vecchio e non me ne sono accorto. Ma non mi dispiace.


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