Il nome e la cosa. Capipartito e democrazia (Michele Prospero su CRS)

Da tempo sono convinto che la personalizzazione della politica porti con sé una banalizzazione del dibattito democratico all’origine di molte “democrature”. Ma tant’è, fino a quando la selezione dei rappresentanti e dirigenti politici si affiderà prevalentemente alla propaganda e al dibattito nei mass media, valori e programmi sono destinati nella migliore delle ipotesi a restare sullo sfondo. Non solo. Anche quella propaganda costa e il denaro peserà sulle scelte molto più della personalità e della competenza dei candidati. Si pensi all’importanza della raccolta di fondi nelle elezioni americane come anche alla mediocrità dei risultati.

Anche il filtro della popolarità che porta sempre più spesso alla candidatura di divi, giornalisti e sportivi senza competenza per l’incarico che saranno chiamati a svolgere, non offre alcuna garanzia. quella garanzia che potrebbe essere ritrovata invece in una rivalutazione del dibattito democratico all’interno di partiti o di altre associazioni. Mi viene da citare, tra queste ultime, il Forum delle disuguaglianze e delle diversità. Nato qualche anno fa per iniziativa di Fabrizio Barca, sta già facendo un ottimo lavoro.(nandocan)

Michele Prospero su CRS

Se, come osserva Prodi, la candidatura del leader, per un incarico che in ogni caso non coprirà, infligge una “ferita” alla democrazia, la fiamma tricolore ha già vinto nella sua missione di tramortire la Repubblica: tutti i partiti, eccezion fatta per Lega, M5S e Alleanza verdi sinistra, mettono in lista segretari, ministri, deputati, presidente del Consiglio. Il voto diventa così un congegno senza soggetto, un rito oscuro di sostegno indefinito a un nome sganciato da qualsiasi legame programmatico nell’espletamento delle funzioni di rappresentanza. Il consenso ricercato per non essere eletto segna perciò un pervertimento completo del rapporto politico nel segno di una infantilizzazione della nozione di popolo che mostra inquietanti tracce di dispotismo in gestazione.

Democratura

Il discorso (si fa per dire) che Giorgia detta Giorgia ha pronunciato a Pescara rappresenta una ulteriore accelerazione nel disegno di democratura. La integrale commercializzazione della comunicazione politica (“Sono sempre solo una di voi, una persona alla quale dare del tu”) non è un gioco in cui perdono o guadagnano tutti allo stesso modo. Con la politica ridotta a nulla, la destra radicale ha comunque un vantaggio da incamerare, può infatti perseguire il mandato di realizzare con mezzi nuovi un antico suo contenuto ideologico.

La distruzione della politica, come presa di coscienza collettiva per agire nel mondo e trasformarlo secondo un progetto, rappresenta il programma massimo di ogni formazione reazionaria il cui ruolo storico è sempre stato quello di favorire con ogni mezzo la spoliticizzazione. Sottrai alla sinistra il fondamento ideale-culturale della politica, scoperta come ricerca della forza sociale indispensabile per la costruzione di un conflitto dotato di senso, e prosciughi all’istante la base stessa di ogni funzione di una forza critica.

Il principe digitale

Per questo grave appare la tentazione avuta da Elly Schlein di mettere il nome nel simbolo (lo fanno per le europee formazioni che vantano nel complesso il 60 per cento dei consensi). Gli editorialisti di Domani, che più la incoraggiano in questa ricerca della “leadership democratica” (Marco Damilano sognava il principe digitale già ai tempi di Renzi, più recente e inopinata è la conversione alla novella plebiscitaria di Nadia Urbinati), se la prendono con le resistenze degli oligarchi che non hanno compreso l’irreversibile spirito del tempo. Su Repubblica Stefano Folli promuove a “priorità politica” una campagna “molto personalizzata” e celebra il “duello” Meloni-Schlein come occasione per “il capo del PD” di conquistare la leadership grazie al “realismo di capire che la politica moderna si fa intorno alle persone, prima che intorno alle idee”.

Candidature fittizie e partiti persona

Il rimprovero che Folli muove verso Schlein è di essere stata “troppo timorosa e quindi accomodante” al punto da rinunciare al nome nel simbolo e alla candidatura “tutta politica” in ogni circoscrizione elettorale. Insomma, tutti i sistemi politici europei per la Repubblica sono degli ancestrali regimi incapaci di comprendere le moderne esigenze della leadership che implicano il ricorso a candidature fittizie e a partiti-persona. In realtà il voto sulla persona, come ha notato Gianfranco Pasquino, più che un approdo epocale indica una trasfigurazione del principio di responsabilità o accountability che garantisce il controllo della rappresentanza e del governo.

Il decano dei politologi italiani ha aggiunto anche che “questa forma di consenso personalizzato all’estremo caratterizza la politica nei regimi autoritari”. Il rapporto capo-popolo senza più mediazioni, nel segno di una delega nominalistica richiesta in modo folcloristico quale insondabile legame intimo tra la massa e il carisma del leader, spegne la complessità della politica, annichilisce la qualità della democrazia. Per fortuna allora gli “oligarchi” del Nazareno hanno reagito a una operazione dal significato evocativo che avrebbe avuto una ricaduta catastrofica. Non si tratta, infatti, come si legge in un editoriale della Stampa, di mettere il nome nel simbolo per congegnare una pura opzione di marketing, senza ulteriori significati teorici.

Partiti personali e capitolazione della sinistra

A riprova di questa asserzione, che reputa la faccenda dei partiti personali come una questione di scarso conto, Federico Geremicca portava riferimenti storici sbagliati per cui “il partito personale per antonomasia”, quello di Berlusconi, non indicava il nome del capo (comincia a farlo nel 2006 tra le proteste di politologi come Sartori e Fisichella) al pari del M5S che “di nomi, nel simbolo nessuna traccia” (nel voto del 2013 il logo sulla scheda recava proprio la dizione “beppegrillo.it”). Mettere il nome nello stemma di partito, o impostare una campagna elettorale sul brand del capo, per la destra è una postazione conquistata, che consente di negare “la realtà della realtà”.

Per la sinistra la rinuncia a nominare i differenziali di potere, che si sprigionano tra le pieghe del rapporto sociale, indica una capitolazione. Non c’è sinistra che possa conservare un pur pallido ruolo accettando di competere trasferendosi sul piano della politica declinata come puro marketing: partecipare al gioco significa già aver concesso al nemico tutto, la riduzione della stessa politica a merce indifferente. Il consenso diventa acclamazione, la rappresentanza scivola nella rappresentazione, il mandato politico-programmatico si perverte in accettazione senza scopo.

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