Parole contro i fatti. Mentre da parte moderata si continua a sperare in una soluzione a due Stati, i fatti provvedono ad allontanarla aggravando la presenza e l’arroganza di migliaia di coloni nella Cisgiordania illegalmente occupata da 57 anni (nandocan)
Piero Orteca su Remocontro
«Mentre la guerra infuria a Gaza – titola Haaretz – la Cisgiordania ha subito una metamorfosi». Tutto da quelle parti è cambiato, in peggio. «E Israele ha colto l’occasione per intensificare l’occupazione, con arresti in massa di palestinesi, centinaia di morti e una serie di nuovi avamposti e strade di coloni illegali. Pastori espulsi dalle loro case e coloni violenti che imperversano in divisa. Il tutto sotto l’egida della guerra».
Cisgiordania ora e perché?
Cosa sta succedendo, proprio in questa fase storica, in Cisgiordania, e perché? Secondo diversi analisti, il governo Netanyahu – in particolare, la sua ala destra nazional-religiosa – ha scatenato una vera e propria corsa contro il tempo. Vuole allargare l’area occupata dai coloni abusivi, sanando successivamente, in qualche modo, le irregolarità. Lo deve fare in fretta, finché dura la guerra (e regge il governo) e mentre l’attenzione dell’opinione pubblica, anche internazionale, è rivolta alla striscia di Gaza.
Coloni avanguardisti e occidente distratto
Per la verità, i governi occidentali, fino a quando hanno potuto, hanno fatto finta di non vedere. Poi, siccome davanti alla clamorosa evidenza era impossibile tacere, Biden si è deciso a ‘sanzionare’ un paio di coloni decisamente esagerati. E anche assassini. Un’operazione di ‘cosmesi diplomatica’ che, vista la sproporzione tra fatti e sanzioni, vale sicuramente poco. In realtà, lo stato di tensione in Cisgiordania dura già da un paio d’anni, ma si è aggravato nel corso del 2023, nel periodo precedente all’attacco di Hamas. Diversi commentatori, hanno attribuito la scarsa reazione israeliana, il 7 ottobre, al fatto che molte unità di sicurezza, fossero state spostate proprio da Gaza alla West Bank. Insomma, Israele si aspettava un’esplosione della rabbia popolare palestinese. Ma se l’aspettava tra Hebron e Ramallah, non a Gaza City.
Quando Hamas faceva comodo
Il governo di Tel Aviv si era convinto di aver raggiunto un soddisfacente modus vivendi con Hamas: gli faceva arrivare i soldi del Qatar, permetteva ai ‘gazioti’ di lavorare come transfrontalieri e non interferiva più di tanto in quello che succedeva nella Striscia. Ma in Cisgiordania, con la Jihad Islamica (dato che l’ANP non conta niente), massima attenzione. Ieri e oggi.
‘Progetto Espansione’
Il progetto ‘Espansione’, patrocinato dal Ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, metteva tutti in rotta di collisione. Perché il governo incoraggiava (e incoraggia ancora) piccole e grandi angherie, diffuse provocazioni e soprusi di ogni genere dei coloni nei confronti dei residenti palestinesi. Così il timore, all’inizio dello scorso ottobre, era che a esplodere dovesse essere la Cisgiordania e non certo Gaza. Ora, il fatto che la guerra sia scoppiata e duri ancora, nella Striscia, non significa che a Tel Aviv non si aspettino (o cerchino) qualche ‘sorpresa’, da un giorno all’altro, anche nella West Bank.
Escalation di violenze
Le statistiche dicono che la situazione è progressivamente peggiorata. Da ottobre sono stati uccisi almeno 460 palestinesi, di cui 14 dai coloni. I feriti sono stati 4.750. Pochi giorni fa l’uccisione di un piccolo colono scatena una reazione feroce. In sei mesi le autorità di sicurezza israeliane hanno arrestato, con diverse accuse (spesso generiche e non verificabili), oltre 8 mila persone. Le stesse autorità, hanno trasformato la viabilità della Cisgiordania, riducendola a una sorta di mosaico diviso in compartimenti stagni. Dallo scoppio della guerra di Gaza, infatti, è stata istituita nella West Bank la straordinaria cifra di 800 posti di blocco. Una scelta cervellotica, che ha paralizzato qualsiasi movimento.
Pulizia etnica in Cisgiordania
La strategia della ‘pulizia etnica’ della Cisgiordania, è sostenuta dal governo Netanyahu anche con proposte di legge che si muovono ‘sotto traccia’, e che accompagnano la violenta logica di occupazione da parte dei coloni. L’ultima in ordine di tempo è la proposta di Bezalel Smotrich e Ogir Sofer (Ministro dell’Immigrazione e dell’Integrazione) di stanziare 20 milioni di dollari, per i nuovi arrivati in Israele che volessero stabilirsi (illegalmente) nei Territori occupati della Cisgiordania.
Se la rabbia giovanile palestinese sceglie le armi
Antoine Shalat, uno studioso del Forum Palestinese per gli Studi Israeliani, ha detto che la frustrazione e la rabbia sta portando molti giovani dei campi profughi, ad aderire a nuovi gruppi di guerriglia. Prendono come modello le formazioni storiche, ma pensano e si muovono in maniera indipendente. E per questo sono più difficili da controllare. Un tale miscuglio esplosivo, cioè ottusa politica di pulizia etnica da un lato e desiderio di vendetta dall’altro, fa oggi della Cisgiordania un luogo potenzialmente pericoloso quanto Gaza.
Verso e oltre una seconda Intifada
Se dovesse continuare, il sostegno offerto dal governo Netanyahu ai coloni ebrei e alle loro azioni violente, allora probabilmente crescerà in modo esponenziale anche l’aggressività palestinese. E si tornerà a ricreare una situazione che ricorda, molto da vicino, il preludio della Seconda Intifada, che insanguinò Israele dal 2000 fino al 2005.
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