Il bravo psicoanalista

“Nel mezzo del cammin di nostra vita”, o così spero visto che a differenza di Dante avevo già una cinquantina d’anni, capitò anche a me di dover affrontare un brutto periodo di depressione. Se ne sono uscito (molto cambiato) in meno di tre anni credo di doverlo anche ad una brava psicanalista junghiana, senza bisogno di lettino ma approfondendo e ragionando su sogni, abitudini e fantasie. (nandocan)

Giovanni Lamagna su Facebook

Tra pag. 163 e pag. 165 del suo libro “Le nuove melanconie”, Massimo Recalcati dice alcune cose molto interessanti e – a mio avviso – non scontate sul rapporto che viene a crearsi tra l’analista e il paziente nel corso di una terapia psicoanalitica. Recalcati afferma tra l’altro che il timbro fondamentale o almeno non l’unico di questo rapporto non è affatto quello dell’empatia o della comprensione rassicurante.

La realtà innanzitutto

L’analista deve rappresentare per il paziente innanzitutto (anche se non solo) l’incarnazione del Reale, con la sua durezza e ingovernabilità, che si contrappone (almeno in parte) al desiderio del paziente. L’analista, quindi, non si limita a “riconoscere”, cioè ad accogliere empaticamente il paziente; come i più sono portati a pensare.

È ovvio, deve fare anche questo; altrimenti il rapporto col paziente manco inizia. Se, infatti, il paziente, nel momento in cui mette piede nello studio dell’analista, non si sente riconosciuto per come è, quindi anche con le sue nevrosi, le sue difese, le sue resistenze, se ne va immediatamente e l’analisi manco si avvia.

Non basta l’empatia

E, però, l’analista non si può limitare ad accogliere empaticamente il suo paziente. Questo indubbiamente lo conforterebbe, forse lo rassicurerebbe anche, ma – in qualche modo – finirebbe per confermarlo nella sua nevrosi, cioè nel suo falso desiderio.

L’analista, invece, deve anche fargli presente il Reale che si contrappone al suo desiderio, deve fargli prendere consapevolezza che, nella misura in cui tende a rimuovere il Reale, il suo desiderio è perciò stesso un falso desiderio e non un desiderio autentico.

Accoglienza empatica e presentificazione del reale

In questo difficile equilibrio tra “accoglienza empatica” e “presentificazione del Reale” (che, a volte, si traduce in una dura disconferma del paziente; altro che empatia rassicurante!) stanno il difficile compito e il lavoro dell’analista.

Il quale deve portare il paziente ad entrare in contatto col suo desiderio fantasmatico (cioè illusorio) per smontarlo assieme a lui gradualmente e aiutarlo a scoprire il suo vero, autentico desiderio. Quello che i fantasmi legati alle vicende della sua infanzia gli hanno impedito di riconoscere ed affermare, “costringendolo” a ripiegare perciò su un desiderio falso e surrogatorio.


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