di Giancarlo Ghirra, 14 novembre 2013
La parola d’ordine unificante è che “Giornalista sia chi lo fa”, e alla professione si acceda attraverso un albo unico nel quale sia superata la distinzione novecentesca fra professionisti e pubblicisti. A quest’albo, come a quello dei medici o degli avvocati, si dovrà accedere attraverso una laurea, preferibilmente in Giornalismo, e una pratica da inserire nel corso universitario. La nostalgia per il praticantato del passato non può far chiudere gli occhi davanti al fatto che siano ormai pochissimi i praticanti assunti nelle aziende editoriali, che si reggono in gran parte sullo sfruttamento indiscriminato di collaboratori destinati a non diventare mai professionisti.
Nella proposta all’esame del Consiglio nazionale non manca ovviamente una serie di soluzioni per la fase transitoria, scelte inclusive, volte a non lasciare nessuno fuori dalle nuove strade del mestiere. Un mestiere che deve recuperare credibilità, se si vuole contribuire a difendere la democrazia prima ancora che a salvare l’esistenza dell’Ordine, da noi ritenuto uno strumento di garanzia di qualità e non certo una barriera difensiva di una corporazione.
Non a caso l’Ordine del futuro dovrà garantire una formazione permanente e un rigore etico e professionale ( verifica delle notizie, rispetto dei diritti dei cittadini distinzione netta fra pubblicità e informazione) ritenuto essenziale per un buon giornalista in tutti i Paesi democratici.
Questa è la posta in gioco di una partita che prevede inoltre una drastica riduzione del numero dei consiglieri nazionali, oggi 156 (dopo la riforma meno della metà ), necessaria per recuperare una credibilità smarrita. E per sventare i tentativi di chi vuole abrogare l’Ordine, un sogno da sempre coltivato dagli editori italiani.
* Coordinatore di Liberiamo l’informazione
