La Consulta boccia i referendum più sentiti su suicidio assistito e cannabis perché imprecisi. Colpa dei proponenti? Forse, ma soprattutto colpa dello strumento abrogativo, ottimo per intervenire sui macro-temi antropologici (divorzio, aborto, ecc.), ma inadatto a dirimere questioni di complessa orologeria giuridica con il ”forbicione” della consultazione popolare.
Per esempio, la scelta personale del fine vita (che condivido) non si tutela abolendo la punibilità di chi si presta a procurare la morte del consenziente. Così come la (giusta) depenalizzazione della coltivazione e l’uso personale della cannabis non si ottiene creando un varco normativo così ampio, da lasciar passare anche la produzione di oppiacei.
E allora? Allora ci vorrebbe un Parlamento che facesse il proprio mestiere, licenziando leggi aderenti al cessato allarme sociale verso divieti obsoleti, con i partiti disposti a rischiare quote di consenso conformista. Ma molti onorevoli si tengono ben stretto il loro gruzzolo di voti e queste ”rogne” le delegano volentieri a referendari e Consulta. Ma lasciare irrisolto lo scollamento tra sensibilità pubblica e regolazione normativa genera effetti devastanti: scredita il Parlamento, indebolisce il concetto di legalità e spinge alla disobbedienza civile. No, questo colpo alla già fragile coesione sociale non ce lo possiamo permettere.
