Sarà, ma a questo tiro alla fune tra Biden e Netanyahu su può credere solo fino a un certo punto. Non è la prima volta che vi assistiamo senza che Israele abbia pagato pegno per la sua arroganza. Biden aveva già “consigliato” al governo israeliano di non entrare a Gaza, anche quando gli assicurava che avrebbe occupato soltanto il nord del paese. Si sono spinti fino a sud, hanno fatto trentamila vittime e non è successo niente. Ormai è chiaro che prospettare la soluzione dei due Stati, israeliano e palestinese (con tremila coloni all’interno?) ha quasi l’aria di una presa in giro. Molto probabilmente la solidarietà con i palestinesi dei paesi arabi si limiterà alle parole di condanna (e meno male). Quanto agli Stati Uniti, non dimentichiamo che siamo in campagna elettorale e anche se rieletto Biden non avrà di certo difficoltà a mollare la corda accontentandosi di una ramanzina. Altro che “adeguata risposta” (nandocan).
Piero Orteca su Remocontro
Sul possibile attacco a Rafah, equivoci sull’orlo della tragedia. Biden sollecita Netanyahu a non andare all’assalto mentre continua ad armarlo. Il premier israeliano telefona alla Casa Bianca e dice al Presidente Usa che farà ciò che il suo governo ritiene necessario. Biden beffato, incarica Jack Sullivan, il Consigliere per la Sicurezza nazionale, di dargli un’adeguata risposta.
‘Bibi uomo di paglia’ senza pietà
L’alto rappresentante usa definisce Bibi Netanyahu ‘uomo di paglia’ e lo accusa di straparlare, «dicendo sciocchezze». Sullo sfondo si muovono fin che ne hanno le forze oltre un milione di disperati palestinesi, profughi imbottigliati nell’estremo sud della Striscia, e qualche miliardo di esseri umani nel resto del mondo. Sempre più sgomenti, questi ultimi, per il fatto che la superpotenza Usa, madre di tutte le libertà, non riesca a garantire il diritto alla vita a poche centinaia di migliaia di donne, bambini, anziani e malati presi in mezzo dalla guerra. Qualcuno bara. O più probabilmente, i rapporti tra gli Stati Uniti e il governo Netanyahu sono veramente arrivati a una svolta imprevedibile.
Netanyahu dice che andranno presto all’attacco, a Rafah, scavando un solco sempre più profondo con l’attuale Casa Bianca, con effetti politici potenzialmente dirompenti.
‘Linee rosse Usa’, ma quelle dell’IDF israeliano?
Una situazione paradossale, quasi kafkiana. Perché, finora, è stato solo il considerevole aiuto militare e finanziario americano a rendere possibili i devastanti bombardamenti su Gaza, che hanno causato quasi 32 mila morti. Quindi, ci si aspetterebbe un rispetto maggiore, da parte di Tel Aviv, per i ‘consigli americani’. Invece, l’ultima puntata, di questa tragica commedia delle parti dimostra l’opposto. Biden e Netanyahu si sono sentiti per telefono, dopo molto tempo. E il premier dello Stato ebraico ha chiarito, «di essere in disaccordo con gli Stati Uniti sulla necessità di operare a Rafah». Poi prova ad addolcire dicendosi d’accordo con Biden sul fronte umanitario. Tradotto dal linguaggio diplomatico, significa che Biden può pregare quanto vuole, tanto Netanyahu attaccherà lo stesso, rischiando l’ecatombe umanitaria a Rafah.
Spietata e inutile determinazione
Una lucida e spietata determinazione, sostenuta anche dalle parole pronunciate da davanti alla Commissione Affari esteri e Difesa della Knesset: «Non possiamo dire distruggeremo solo l’80% di Hamas perché il restante 20% riconquisterebbe la Striscia di Gaza». Che è esattamente ciò che accadrà, come prevedono tutti gli analisti statunitensi. Insomma, Israele a Rafah preannuncia una inutile lotta all’ultimo sangue. Tutto il contrario di ciò che si aspetta Biden. Ma questa volta Natanyahu è andato davvero troppo oltre, e il troppo accomodante Presidente Usa di ieri contrattacca.
Cancellare Hamas sterminando ogni palestinese?
Ha preteso che Netanyahu inviasse di corsa un team di specialisti a Washington, per discutere di come chiudere la partita con Hamas, senza scatenare l’apocalisse a Rafah. Dove, lo ricordiamo, sono praticamente accalcati oltre un milione di rifugiati palestinesi, ridotti alla fame e costretti a vivere in rifugi di fortuna. E la catastrofe umanitaria è già dietro l’angolo. E in caso di attacco israeliano sarebbe assicurata, con un numero di vittime innocenti prevedibilmente spropositato e, soprattutto, con complicazioni di ‘immagine’ pesanti anche per gli Stati Uniti, armieri ufficiali della strage.
Riposizionamento Usa
Il tempo, però, stringe e gli Usa devono fare qualcosa: dissentire dagli israeliani e riposizionarsi in qualche modo. Almeno per anticipare le accuse di ‘complicità indiretta’, in quello che potrebbe essere il «massacro di Rafah», sia sul campo di battaglia, sia per colpa della carestia indotta.
Tre ‘linee rosse’ per il No a Rafah
Secondo Sullivan, Biden è stato molto chiaro con il recalcitrante Netanyahu, ponendo tre ‘linee rosse’, che -parere americano- impediscono di attaccare Rafah. Prima, la sorte del milione di profughi, stipati come sardine in tutta l’area. A seguire, il ruolo di Rafah come principale punto d’ingresso degli aiuti umanitari, e le potenziali implicazioni sui rapporti tra Egitto e Israele.
Se Netanyahu, dunque, dovesse andare avanti nonostante gli avvertimenti, probabile apertura di una crisi, tra Washington e Tel Aviv dagli esiti imprevedibili. «L’attacco porterebbe a più morti civili innocenti, peggiorerebbe la crisi umanitaria, aggraverebbe l’anarchia a Gaza e isolerebbe ulteriormente Israele a livello internazionale». Così si è espresso Jack Sullivan. Ma è come se lo avesse detto Biden.
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