UK sull’orlo del crack cerca 300 miliardi di sterline per il riarmo

Piero Orteca su Remocontro

Nel clima di impazzimento generale, che ormai sembra ottundere tutto l’Occidente, come una cappa, anche il Regno Unito, a direzione socialdemocratica, non si sottrae alla corsa al riarmo. Scelta ancora più folle, se si pensa che le casse pubbliche di Sua Maestà sono sull’orlo dello scasso. Il Piano di investimenti per la Difesa, appena presentato, prevede infatti la bellezza di 300 miliardi di sterline di spesa (circa 348 miliardi di euro) in quattro anni. Un suicidio politico e un assist per i populisti di “Reform”.

La Brexit, un duro colpo

Il Regno Unito è un Paese in crisi. Troppo lungo spiegare quanti e quali siano i motivi di una tale involuzione, ma sicuramente c’entra anche la sciagurata scelta della Brexit. Londra, in un mondo fatto di “economie di scala”, è rimasta isolata (anche politicamente), perdendo per giunta il rapporto privilegiato che aveva con gli Stati Uniti. Perché Trump non guarda in faccia nessuno. E ora è rimasta in mezzo al guado. Tecnicamente non fa più parte dell’Unione Europea e, sostanzialmente, non è riuscita a sostituire con Washington il legame che c’era con Bruxelles. Insomma, a Downing Street sono costretti a navigare a vista. E si vede. Hanno i problemi dell’Europa, ma non possono risolverli (in teoria) assieme all’Europa. Così cercano “strapuntini” diplomatici a cui appoggiarsi, con formule parallele (“Volenterosi”, E3, E5 e via di questo passo) che consentano loro un rapporto inclusivo con i partner del Vecchio continente. 

Gli obblighi Nato

Problemi? Una montagna. A cominciare dal fatto di avere valute differenti e, dunque, Banche centrali e politiche monetarie teoricamente sparigliate. C’è però un organismo dove britannici ed europei siedono spalla a spalla: la Nato. Quindi, almeno le politiche di difesa erano, sono e saranno sempre armonizzate. Tradotto significa che, in questo settore, il Regno Unito perde la sua autonomia di scelte finanziarie ed è obbligato a seguire i protocolli di spesa militare fissati dall’Alleanza. Cioè, da Trump. Un bel problema per i laburisti di Starmer, che ha vinto le ultime elezioni a furor di popolo, promettendo la salvaguardia del welfare e del sistema pensionistico. Solo che i Conservatori gli hanno lasciato una situazione di bilancio terrificante, che impone tagli alla spesa pubblica. O nuove tasse. Un bel rebus, dato che Trump preme per arrivare quasi a triplicare la spesa per la difesa. Sottraendo importanti risorse alle altre voci di bilancio. Una situazione sgradevole ed elettoralmente esplosiva. E, infatti, alle recenti elezioni comunali e nazionali in Galles e Scozia, i laburisti hanno preso una legnata di quelle storiche. E a straripare sono stati i populisti di Nigel Farage, che adesso rischiano di fare tombola alle prossime consultazioni generali. Per questo, Starmer ha perso il posto di Premier, e presto sarà sostituito dall’astro nascente, Andy Burnham.

Il Piano ai raggi X

Il Piano di Difesa è così importante per la sopravvivenza del governo che la BBC gli ha dedicato un report speciale, analizzandolo punto per punto. Frank Gardner scrive che “ulteriori 15 miliardi di sterline saranno destinati alla difesa, per un totale di 298 miliardi di sterline nei prossimi quattro anni, e comprenderanno spese per il deterrente nucleare e nuovi aerei da combattimento”. Tuttavia, fa notare lo specialista britannico, i fondi aggiuntivi sono inferiori ai 28 miliardi di sterline richiesti dai vertici della Difesa. Per cui, quasi paradossalmente, sia i Conservatori che i Liberaldemocratici, hanno criticato il Piano, definendolo “sottofinanziato”. Ma il governo laburista si difende e sostiene di avere aumentato la spesa per la difesa “da 54 miliardi di sterline all’anno, quando è entrato in carica nel 2024, a 80 miliardi di sterline entro il 2029. Un incremento, in termini reali, del 27%”. Ma non è tutto. Per capire quale sia il clima dentro il Partito laburista, va ricordato che persino il titolare della Difesa, il Ministro John Healey, si è dimesso l’11 giugno, per protestare contro i finanziamenti che giudicava insufficienti. Il suo successore, Dan Jarvis, è stato accontentato con un ulteriore stanziamento di 1,5 miliardi di sterline. Occorre anche dire che i 298 miliardi di sterline stanziati in quattro anni rappresentano solo il 2,7% del Pil entro il 2030. Una cifra sotto quel 3% sostanzialmente “raccomandato” dalla Nato.

La folle economia di guerra

Gli Stati Uniti – chiarisce la BBC – spendono già il 3,2%, la Germania il 3,7%, mentre la Russia, che ha messo la sua economia in stato di  guerra, spende più del 7,5%”. Esatto. Bisogna però aggiungere una riflessione di non poco conto: la percentuale del Pil, non dice niente. È il valore assoluto della spesa che conta, perché i Pil di Usa e Germania non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli di Mosca. Che vuol dire? Significa che, secondo i dati “Sipri” (Stoccolma) già adesso, senza ancora gli aumenti programmati, l’Occidente spende per la guerra da otto a dieci volte più della Russia. Ma non ditelo agli inglesi. Se no, di questo passo, finiranno per votare tutti per “Reform UK”. 


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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