Giovani e pensioni: come ti rendo precario il futuro favorendo la speculazione finanziaria

Paolo Butturini su Facebook

C’è un aspetto della riforma dei fondi pensione di cui si parla troppo poco. Non riguarda i dettagli tecnici. Riguarda la direzione politica che il Paese sta prendendo. Da anni ci ripetono che le pensioni pubbliche non bastano più. La soluzione proposta è sempre la stessa: spostare una parte crescente del risparmio dei lavoratori verso i mercati finanziari.

Con la nuova legge questo passaggio diventa ancora più evidente. Il lavoratore non sceglie di entrare in un fondo pensione: ci entra automaticamente e, se non è d’accordo, deve essere lui a fare il passo per uscirne. È un rovesciamento del principio della scelta consapevole. Il legislatore decide quale debba essere il comportamento “normale”.

A chi conviene davvero tutto questo?
Sicuramente alla finanza, che può contare su un flusso enorme e costante di nuovi capitali da gestire. Milioni di lavoratori diventano clienti di fondi, banche, assicurazioni e società di gestione. Più denaro entra nel circuito della finanza, più commissioni vengono incassate, anno dopo anno, indipendentemente dal risultato ottenuto dal lavoratore.

Nel frattempo, il rischio cambia indirizzo. Prima era condiviso dalla collettività attraverso il sistema pubblico. Adesso ricade sempre di più sul singolo. Se i mercati salgono, bene. Se crollano alla vigilia della pensione, il problema diventa del lavoratore, non di chi ha gestito quei soldi.

Il paradosso è che questa riforma viene presentata come un aiuto ai giovani. Ma quali giovani? Quelli con contratti a termine, partite IVA obbligate, stipendi bassi e carriere discontinue? Chi fatica ad arrivare alla fine del mese non accumulerà grandi capitali, qualunque sia il fondo pensione scelto. La vera emergenza non è trovare nuovi prodotti finanziari. È creare lavoro stabile e salari dignitosi.

Invece di intervenire sulle cause della futura povertà previdenziale, si interviene sulle sue conseguenze. Si dice ai giovani: arrangiatevi, investite, sperate che i mercati vadano bene.

Questa non è una semplice riforma della previdenza. È un altro passo nella finanziarizzazione della società. Diritti che un tempo erano garantiti collettivamente vengono trasformati in patrimoni individuali affidati alle oscillazioni dei mercati.

Naturalmente i fondi pensione possono essere uno strumento utile per chi lo desidera. Ma dovrebbero essere una libera scelta, non la direzione verso cui lo Stato accompagna automaticamente milioni di lavoratori.

Quando una democrazia smette di rafforzare i diritti sociali e preferisce alimentare i mercati finanziari con il risparmio dei cittadini, è legittimo chiedersi chi sia il vero beneficiario della riforma. Perché, se il lavoro diventa sempre più precario e la pensione sempre più incerta, l’unica certezza è che il sistema finanziario avrà a disposizione una massa crescente di denaro su cui speculare.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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