Ciao Umberto

È morto un caro amico conosciuto e frequentato negli anni della nostra gioventù (1960) e della mia permanenza a Cagliari come ufficiale di complemento dell’ A.M. Un ricordo affettuoso e un abbraccio a tutti i comuni amici di allora (nandocan)

Studioso rigoroso e raffinato intellettuale, Allegretti ha diretto, tra il 2003 e il 2009, Democrazia e diritto, la storica rivista del Centro per la Riforma dello Stato, contribuendo a farne un luogo privilegiato di elaborazione culturale e di confronto critico sui grandi temi della democrazia, delle istituzioni e della partecipazione, in anni particolarmente difficili «per il contesto politico-culturale nel quale ci si è trovati a operare: un contesto dominato politicamente in Italia da una macroscopica tendenza a un populismo leaderistico, al disprezzo della Costituzione, alla confusione tra l’interesse privato del leader e l’andamento impresso alle cose pubbliche, a un sostanziale e crescente autoritarismo poggiante non solo sul modo di funzionare, ma anche sulla fisionomia legale data alle istituzioni – si pensi solo alla vigente legge elettorale –, a un clima sociale e politico in definitiva arreso a questa curvatura data alla storia del Paese» (U. Allegretti, Democrazia e diritto 2003-2009, in Democrazia e diritto, 1-2, 2010, p. 58).

Per chi ha vissuto e partecipato, in quegli anni, alla vita della rivista, Umberto non è stato soltanto un direttore, ma una guida autorevole e generosa, un interlocutore appassionato, capace di accompagnare il lavoro di ciascuno con rigore intellettuale e sincera disponibilità.

Seguiva con attenzione la stesura di ogni singolo contributo, leggendo, commentando e discutendo testi e idee con una cura rara. Esercitava la direzione senza smanie gerarchiche, ma come un paziente lavoro di costruzione collettiva del sapere. Sapeva valorizzare le intuizioni degli autori, incoraggiare i più giovani, stimolare il confronto tra posizioni diverse senza mai rinunciare all’approfondimento e alla qualità dell’argomentazione.

Molti ricordano la sua straordinaria curiosità intellettuale, la disponibilità all’ascolto e la capacità di mettere in dialogo discipline, esperienze e generazioni diverse. Con il suo stile sobrio, mai incline all’ostentazione, riusciva a creare un clima di confronto aperto e rispettoso, nel quale ciascuno si sentiva pienamente coinvolto.

Cattolico di base, come amava definirsi, Umberto ha vissuto il suo credo religioso come una dimensione profondamente intrecciata all’impegno civile e alla passione politica, convinto che la fede dovesse tradursi in una presenza attiva nella società, in un’occasione di dialogo con culture, religioni e sensibilità diverse, in un «ponte di umanità» contro tutte le guerre.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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