Piero Orteca su Remocontro
Il servizio segreto più famoso del mondo è diventato lo specchio delle contraddizioni politiche e democratiche dello Stato ebraico. Per il suo controllo si è scatenata una vera rissa istituzionale, davanti alla Corte suprema. Netanyahu vuole imporre come capo un suo fedelissimo. Mentre gli oppositori coalizzati contrattaccano.
Una democrazia bloccata
Ormai è diventato come il prezzemolo. Non c’è evento di politica mediorientale (e non solo), in cui non c’entri fino al collo: parliamo del Mossad, mitico Servizio di intelligence israeliano, capace di far diventare reali le operazioni più incredibili, che finora si erano viste solo nei film di Hollywood. I suoi agenti sono addestrati, efficienti, cinici e, soprattutto, espressione di uno Stato che, nell’Israele di questi tempi, coincide abbastanza con un blocco di potere (non solo politico) legato mani e piedi al Primo ministro, Benjamin Netanyahu. Per gli amici (e pure per i nemici) più noto come “Bibi”. Sarebbe troppo lungo e, comunque, non costituisce l’oggetto di quest’analisi, spiegare perché il sistema di cui parliamo sia una sorta di “democrazia bloccata”. In ogni caso, scenari di questo tipo hanno come caratteristica la frequenza di scontri istituzionali, magari aspri. Ma che poi si risolvono, quasi sempre, in un’unica direzione. Venendo ai fatti, tale premessa, sul terreno pratico, si traduce con la sistematica applicazione di uno “spoil system” da parte del governo, che mira a piazzare ai vertici dei posti istituzionali che contano “uomini di fiducia”. E cosa conta di più, in un Paese come Israele, in guerra perpetua dentro e fuori dai suoi confini, se non un’agenzia come il Mossad? Ecco perché ora la nomina (e la travagliata convalida) del nuovo capo del Servizio segreto, scelto da Netanyahu, sta diventando guerra aperta davanti alla Corte suprema, in una rissa giudiziaria nella quale sono coinvolti i più alti funzionari dello Stato.
Il controllo dell’Intelligence
Certo, a parte le normali considerazioni sulla necessità di “far vedere chi comanda”, per un Premier sotto accusa come “Bibi”, che dovrà affrontare processi per corruzione, avere un controllo “molto diretto” del Mossad significa tenere in mano l’asso di briscola. Solo che questa volta, forse, il leader del Likud ha esagerato, andando a designare per la carica di nuovo capo dell’agenzia il suo principale consigliere militare, Roman Gofman. Casa e bottega, insomma. Apriti cielo! “Bibi” ha diversi alleati, un paio di simpatizzanti (forzati), ma nessun amico. E poi si è andato a scegliere giusto un personaggio che aveva qualche scheletro (niente di che, per carità) nell’armadio. Ma tanto è bastato, per finire davanti alla Corte suprema e sulle prime pagine dei giornali. Scrive Gidi Weitz su Haaretz, il quotidiano liberal di Tel Aviv: “L’udienza esplosiva sul prossimo capo dei Servizi segreti israeliani mette a nudo la trappola morale del Paese”. E spiega che l’Alta Corte “deve affrontare un’altra prova per le nomine assai inappropriate di Netanyahu, questa volta per il ruolo del suo designato capo del Mossad, che avrebbe utilizzato un minorenne per guidare una campagna di influenza. I giudici cederanno ancora una volta?” Domanda che rimette in primo piano altre due “ferite” istituzionali sulle quali, secondo l’opposizione liberal israeliana, l’Alta Corte ha preferito glissare. “Si tratta – sostiene Weitz – di due questioni ben più importanti. Le petizioni che chiedevano la rimozione del Ministro della Sicurezza nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir, descritto dai critici come il comandante di fatto di una milizia allineata al regime, e le richieste di una commissione d’inchiesta statale sul massacro del 7 ottobre. I giudici hanno infine evitato lo scontro”.
Tutti contro “Bibi”
Questa volta (forse) Netanyahu ha fatto il passo più lungo della gamba, perché è riuscito a far coalizzare in un unico blocco personaggi che, fra di loro, avevano poco in comune. “Contro la nomina – aggiunge Haaretz – è emersa un’alleanza inaspettata, che riunisce l’ex Presidente della Corte Suprema e presidente della Commissione per le nomine di alto livello Asher Grunis, il Procuratore generale Gali Baharav-Miara e il capo uscente del Mossad, David Barnea. La collaborazione è tutt’altro che naturale. Grunis in precedenza si era opposto alla nomina di Baharav-Miara. Barnea, dal canto suo, è rimasto in gran parte in silenzio durante l’intera riforma giudiziaria, ha detto poco quando il governo e Netanyahu si sono scagliati pubblicamente contro il capo dello Shin Bet (il Servizio segreto interno di controspionaggio, n.d.r.), Ronen Bar, e solo di recente ha affermato che l’impiego di collaboratori di Netanyahu da parte del Qatar, in tempo di guerra, non ha danneggiato la sicurezza nazionale. La strategia ha dato i suoi frutti. Barnea è l’unico capo di una grande agenzia di sicurezza a essere sopravvissuto all’epurazione di Netanyahu successiva al 7 ottobre”.
E Barnea contro Gosman
“Ma il suo ultimo attacco – conclude Gidi Weitz – si configura ora come una sfida aperta al Primo ministro. La nomina di Gofman, ha avvertito Barnea, ‘potrebbe causare enormi danni, sia al Mossad che allo Stato’. La macchina del veleno di Netanyahu, che fino a poco tempo fa aveva appoggiato Barnea, si sta già rivoltando contro di lui”. Pronta la risposta del futuro capo del Mossad. Roman Gofman ha contrattaccato, accusando a sua volta il Procuratore generale (Baharav-Miara) di mentire e di agire in malafede, nell’ambito dei ricorsi giudiziari che contestavano la sua nomina.
Insomma, se militarmente Israele spadroneggia e sarà pure un modello di ruvida efficienza bellica, dal punto di vista politico-istituzionale, invece, appare come un sistema bisognoso di cure. Anzi, di una terapia intensiva. Di democrazia.
