Intelligenza Artificiale e mercato del lavoro

“Vi state dando la zappa sui piedi”, mi pare di aver detto una volta a mio figlio, da anni ingegnere informatico presso uno dei più grandi “social” del pianeta. Avevo appena finito di leggere “La terza rivoluzione industriale” di Jeremy Rifkin. “Il problema – si domandava Rifkin – è che se il miglioramento della produttività, favorito dall’adozione di tecnologie intelligenti, robotica e automazione, spingerà un numero sempre crescente dei lavoratori in tutto il mondo verso l’occupazione marginale o la disoccupazione, la perdita di potere d’acquisto finirà per porre un vincolo alla crescita economica. In altre parole, se le tecnologie intelligenti prendono poco a poco il posto dei lavoratori, lasciando le persone senza reddito, chi acquisterà tutti i beni e servizi prodotti?”. Mentre Rifkin prefigura un avvenire di gioco e gratuità per tutti, lascio ai profeti di ventura o sventura di sbizzarristi sul futuro anche perché la follia politica a cui assistiamo nel presente mi sembra già sufficientemente impegnativa per la difesa della pace e della specie, che è poi l’unica vera priorità (nandocan)

Valerio Sale su Remocontro

L’immagine evocata è quella delle lunghe code di disoccupati davanti ai centri di raccolta durante la grande depressione del 1929. Scenari da incubo trasportati ai giorni nostri da uno tra i maggiori protagonisti dell’intelligenza artificiale. Dario Amodei, classe 1983, figlio di italiani arrivati negli Stati Uniti negli anni ottanta, oggi amministratore delegato di Anthropic, ha inventato Claude, il modello di intelligenza artificiale (AI) concorrente di OpenAI.

Tecno-ottimisti e real-pessimisti

Dario Amodei, di recente ha pubblicato un saggio di 38 pagine (The Adolescence of Technology) dove avverte che l’arrivo di sistemi con capacità superiori a quelle umane potrebbe produrre danni enormi, se governi e aziende non interverranno in modo rapido e coordinato.  Amodei, uno dei massimi esperti mondiali, è tra coloro che ritengono che nel giro di pochi anni l’AI potrebbe superare gli esseri umani in quasi tutte le attività intellettuali rilevanti. Nel dibattito in corso tra tecno-ottimisti e real-pessimisti la sua non è una previsione certa, precisa lui stesso, ma una possibilità supportata dai dati sull’evoluzione dei modelli.

Lavoro qualificato addio

Tra gli effetti più immediati il saggio di Amodei indica l’impatto sul lavoro qualificato. Un’enorme quota di posizioni impiegatizie di ingresso potrebbe essere automatizzata in tempi brevi. Ora conta la capacità di coordinare, simulare e innovare a distanza — con i dati che viaggiano tra macchine, non tra persone. Gli investimenti dei grandi gruppi industriali e di servizi, stanno investendo massicciamente sui software di apprendimento automatico ML (Machine Learning). Il paradosso dei grandi gruppi bancari, ad esempio, è che gli impiegati stanno alimentando il sistema mediante apposite procedure di programmi ML che una volta addestrati diventeranno Intelligenza Artificiale, sostituendo l’impiegato stesso. Lo stesso accade per altri settori dei servizi del terziario come nel settore legale e della consulenza. Attualmente, un buon uso delle domande (prompt) rivolte ai programmi come Claude o Open AI, può fornire informazioni complete su questioni fiscali eliminando il contatto diretto, e a pagamento, con i tradizionali fornitori.

Contabilità industriale e crescita

Nella manifattura dove la contabilità industriale scandisce i tempi della crescita o della recessione, l’AI è ormai l’elemento produttivo principale.  La materia prima è rappresentata dai Dati che vengono trasformati in Algoritmi che a loro volta forniscono il valore tramite l’Output cognitivo che fino a prima era prodotto dal lavoratore. In termini economici questo processo genera il fatturato che determina l’utile d’impresa.

‘Colletti blu’ a rischio

La prospettiva di una rapida e massiccia espulsione di lavoratori, in maggioranza colletti blu, è secondo Amodei più che concreta. Ma il suo monito è una sveglia brutale che in pochi vogliono sentire nel mondo dell’impresa e nella politica. «La governance delle società che sviluppano AI – scrive il fondatore di Antrophic – dovrebbe essere sottoposta a un controllo pubblico molto più stringente».  Il documento non avverte solamente del pericolo economico e sociale rappresentato da un’espulsione di massa di milioni di lavoratori, ma mette a nudo la fragilità delle stesse democrazie di fronte a una rivoluzione che corre senza freni. Sono attualmente disponibili sistemi artificiali capaci di operare al livello dei migliori premi Nobel in campi come chimica, ingegneria o biologia, lavorando in modo autonomo e continuo. Sono sistemi accessibili a entità private di qualsiasi specie, con le migliori o peggiori intenzioni. Ciò potrebbe rappresentare un potere paragonabile, se non superiore, a quello di uno Stato, con i conseguenti problemi legati alla sicurezza nazionale.

Tra tecnologia e ‘bene comune’

La questione del governo e del controllo sociale di questa innovazione sovra-umana riporta, infine, a gli incentivi economici. L’AI – scrive Amodei – promette profitti nell’ordine delle migliaia di miliardi di dollari all’anno. Questo rende politicamente difficile imporre limiti, anche in presenza del rischio di spingere sull’acceleratore della tecnologia in modo potenzialmente pericoloso per l’umanità.

Difficile – aggiungiamo noi – in assenza di un dibattito e di una diffusa consapevolezza sul concetto di bene comune. Senza condivisione del controllo non resta che la paura del cambiamento.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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