TrumpOnu di miliardari, dittatori e criminali di guerra

Alberto Negri su Remocontro

«Come costruire un nuovo ordine contro l’ ‘Onu di Trump’, fatto da miliardari, dittatori e criminali di guerra che dovrebbero tutti essere seduti in quella bottega degli orrori chiamata Board of Peace per Gaza, si chiede Alberto Negri sul manifesto. Risposte taglienti su cui riflettere. Con nota illustrativa finale.

Madamina, (purtroppo) il catalogo è questo

È quello che certificano le ruspe di Netanyahu sulla sede Unrwa di Gerusalemme Est, la chiusura del valico di Rafah e il bando israeliano alle 37 Ong che hanno contribuito a sfamare e curare oltre due milioni di persone. Non solo. Come si apprende dello statuto del Board, anticipato dalla stampa israeliana, questo comitato d’affari si riserva la prerogativa di affrontare i conflitti in luoghi diversi da Gaza. Carta bianca per decidere guerre, operazioni di polizia
internazionale e chissà che altro.
Come dare voce e rappresentanza a valori come i diritti umani, l’autodeterminazione dei popoli, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, l’integrità e la sovranità territoriale degli stati? Per alcuni, come dalle nostre parti, che si sono arresi a Trump ancora prima di contemplare una resistenza, è un inutile esercizio intellettuale ma per milioni di persone è un’urgenza bruciante.

Palestinesi nel carcere Gaza

Per i palestinesi, per esempio, ridotti in una sorta di carcere dove continuano a morire di inedia e malattie, per i curdi del Rojava sotto assedio del qaedista Al Sharaa (ricevuto alla Casa Bianca), quelli che avevamo celebrato (e usato) come eroi di Kobane e della lotta all’Isis. Protagonisti dimenticati come scriveva sul manifesto Chiara Cruciati di uno dei rarissimi esperimenti democratici del Medio Oriente. E così ora migliaia di jihadisti siriani e foreign fighters scappano dalle prigioni sorvegliate dalle forze curde per oltre un decennio. Interessa a qualcuno o interverrà il Board of Peace?

Davos della pericolosa balordagine

Mentre a Davos Trump straparlava, dando gli ormai consueti segnali di pericolosa balordaggine, Mike Carney, premier del Canada, Paese nelle mire coloniali di Trump come la Groenlandia, ha tenuto il giorno prima un discorso accolto con una standing ovation. Questo liberale, con impeccabili credenziali capitaliste, ex governatore delle banca centrale canadese e inglese, si faceva la domanda di come fermare Trump, la stessa che si pone la copertina di questa settimana di Newsweek, l’interrogativo inquietante che ormai percorre in maniera non troppo sotterranea le cancellerie internazionali.

Onore a Carney

Carney non solo ha parlato ma ha anche agito. Il premier canadese, in gran parte ignorato dai nostri media, a Davos ha detto semplicemente la verità: per decenni ci siamo adagiati e abbiamo prosperato (qui in Occidente soprattutto) in un ordine internazionale basato su regole in gran parte false, sapendo che i più forti si sarebbero auto-esentati dal rispettarle quando gli fosse stato conveniente. Il diritto internazionale, ha detto Carney, è stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima: il doppio standard applicato da Israele è emblematico. Una finzione utile all’egemonia americana, con un divario immane tra retorica e realtà.

Diritti e regole a intensità variabile

Cose che ovviamente sul manifesto sono state scritte molte volte nell’ultimo mezzo secolo e che abbiano trovato nei discorsi di Che Guevara, Fidel Castro. Thomas Sankara fino a Ibrahim Traoré. Solo che il ‘terzomondista’ che le dice oggi è uno che è stato immerso da decenni nel sistema, che pensava fino a qualche tempo fa di decidere le sorti del mondo. Adesso siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione. Quello che propone Trump non è il multilateralismo ma la brutale prevalenza del più forte e del più immorale. E allora Carney qualche giorno fa è volato in Cina per firmare una partnership strategica, come ha già fatto con India e Unione europea. L’illusione non è quella di trovare nuovi protettori, tanto più che Pechino non è certo una capitale che condivide i nostri valori e la difesa strenua dei diritti umani, al contrario.

Vietato tornare indietro: terza via?

Ma serve prendere atto che attendere la restaurazione dell’ipocrita vecchio ordine “basato sulle regole” è tempo sprecato, così come invocare il suo ritorno. Auspicabile invece costruire nuove alleanze tra le potenze medie, perché le superpotenze possono permettersi di agire da sole.
Insomma la proposta è una sorta di ‘terza via’ rispetto alla scena attuale, che per forza deve tenere in conto dei Brics e i due terzi dell’umanità che sono stati per decenni ai margini della cupola di potere occidentale. Ne saremo capaci? Qualche dubbio, e forse più di qualche, esiste. Visto quanto accade ai palestinesi e ai curdi e a tanti altri popoli che si aspettano da noi segnali che non arrivano mai.

Meschina Italia con la Palestina

È venuta a Roma per il documentario Tomorrow’s Freedom Fadwa Barghouti, moglie e portavoce di Marwan Barghouti, leader palestinese prigioniero di Israele dopo la Seconda Intifada. Ma noi qui cosa offriamo alla Palestina? Neppure il simbolico riconoscimento di uno stato palestinese. Ecco perché le lotte locali diventano essenziali per cambiare le cose. L’aforisma di Tucidide, ricordato da Carney, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono non è inevitabile ma può essere ribaltato ogni giorno.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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