Vigilia di Trump-Xi, la posta in gioco planetaria

Ennio Remondino su Remocontro

Trump e Xi si incontrano in Corea del Sud in un momento segnato da tensioni USA-Cina sul fronte commerciale e geopolitico: quale la posta in gioco e quali le possibili conseguenze per l’Europa? Domanda semplice, risposte spesso contradditorie tra loro e sempre complesse. Remocontro sceglie di condividere l’analisi del nostro ISPI, ‘Studi di politica internazionale’ di Milano.

Intreccio pericoloso

«Mese dopo mese, le relazioni tra Stati Uniti e Cina si avvitano in quella che assomiglia sempre più a una ‘guerra fredda commerciale’ tra le due superpotenze. Materie prime critiche, beni sia critici (semiconduttori) sia all’apparenza decisamente meno (come la soia), politiche industriali, tariffe portuali, relazioni energetiche: tutto oggi sembra essere sul tavolo, oggetto di negoziato e motivo di scontro», la premessa di Matteo Villa e Giovanni Maria Della Gatta.

Dalle dichiarazioni ai fatti

Dopo il ‘Liberation Day’, gli Stati Uniti hanno alzato i dazi sulle importazioni cinesi dall’11% a oltre il 40%, causando un calo del 30% delle esportazioni cinesi verso il mercato americano. Ma gli USA assorbono solo il 12% delle esportazioni cinesi, e l’impatto resta limitato. Mentre Pechino sta compensando ampiamente le perdite, con un aumento del 15% delle esportazioni verso il resto del mondo. Al momento, l’effetto netto è un +300 miliardi di dollari di esportazioni (+8% rispetto al 2024).

‘Terre rare’ contro ‘semiconduttori’

Sulle terre rare, la Cina ha rafforzato le restrizioni all’esportazione portando da 7 a 12 gli elementi soggetti a licenza e introducendo limiti al trasferimento di tecnologie all’estero. Con il 60% dell’estrazione e il 90% della raffinazione mondiale, Pechino detiene un semi-monopolio globale. Le nuove regole minacciano settori cruciali per l’Occidente (automobilitica, difesa, rinnovabili e ‘Information Tecnology’). Sui semiconduttori, sono gli Stati Uniti ad aver imposto rigidi controlli sull’export sin dal 2022, e varato il Chips Act per sostenere la produzione interna e attrarre quella ‘alleata’.

Potenza Cina e risposta Usa

Sostanza dei fatti, la Cina domina oggi la cantieristica mondiale, producendo oltre il 50% del tonnellaggio globale, contro il 28% della Corea del Sud e il 12% del Giappone. Gli Stati Uniti hanno deciso di estendere lo scontro anche a questo campo, introducendo una sovrattassa per l’ingresso nei porti americani di navi costruite in Cina. Per le due più grandi compagnie cinesi di logistica marittima i costi arriverebbero al 7% dei ricavi globali. Sul versante energetico, le nuove sanzioni statunitensi contro i giganti russi del petrolio Rosneft e Lukoil diventano parte della guerra commerciale a tutto campo. La Cina assorbe circa il 30% di tutto il petrolio russo esportato. Mala Russia dispone già di reti di elusione, tra cui flotte fantasma e la capacità di fare trasbordi in alto mare.

Tra Usa e Cina perde sempre l’Europa

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina si riversano anche sull’Europa. I prodotti cinesi esclusi dal mercato americano potrebbero inondare quello europeo, aggravando le difficoltà di un’industria già in rallentamento. Per la Commissione europea la Cina è il principale Paese per questo tipo di rischio (‘trade diversion’), seguita dal Regno Unito e da vari partner asiatici emergenti.

I dazi ad elastico

La prima prova del clima teso tra Stati Uniti e Cina è, naturalmente, la guerra commerciale. Dal ‘Liberation Day’ a oggi, i dazi imposti dagli Stati Uniti alla Cina sono cresciuti dall’11% a oltre il 40%. Questi dazi stanno provocando un crollo delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti di circa il 30% che potrebbe estendersi fino al 40-45%. Ma la Cina è il primo partner commerciale di oltre 120 paesi del mondo, il che le permette di avere alternative agli Stati Uniti. La seconda è che gli USA sono sì il primo importatore di merci al mondo, ma che nel 2024 verso di loro si dirigeva ‘solo’ il 10% delle esportazioni mondiali e il 12% di quelle cinesi.

Stati Uniti sempre meno decisivi

Per la Cina, una contrazione delle esportazioni verso gli USA del 30% significa perdere meno del 4% delle esportazioni totali. Nel frattempo, dopo il ‘Liberation Day’ le esportazioni cinesi verso il resto del mondo hanno continuato a crescere. Anzi, si è addirittura rafforzata rispetto al periodo precedente alla guerra commerciale, passando da un +6% nel 2024 a un +15% ad agosto. In termini assoluti, questo significa che Pechino ha al momento circa 160 miliardi di dollari di esportazioni annue verso gli Stati Uniti, ma che sta più che compensando queste perdite con un aumento di esportazioni per circa 460 miliardi di dollari all’anno verso il resto del mondo.

Terre sempre più rare

A inizio ottobre, la Cina ha annunciato nuove restrizioni all’esportazione di terre rare che dovrebbero entrare in vigore dall’8 novembre. Pechino ha aggiunto 5 elementi nella lista di quelli che devono ottenere un’autorizzazione per essere esportati, portandoli a 12, e soprattutto ha esteso i divieti di esportazione senza licenza a magneti composti da terre rare e prodotti che li contengano. Altre restrizioni in vigore dal 1° dicembre, e riguardano le aziende e i cittadini cinesi che si trovano all’estero, limitando il trasferimento di know-how e tecnologie necessarie per estrarre, raffinare o riciclare terre rare altrove nel mondo. Nel caso entrassero davvero in vigore, queste nuove restrizioni avrebbero ulteriori gravi conseguenze per gli Stati Uniti, ma anche per l’Unione Europea.

Grafico che illustra la percentuale di estrazione e raffinazione delle terre rare nel mondo, mostrando il predominio della Cina rispetto agli Stati Uniti nel 2024 e previsioni per il 2030, con tre categorie: Estrazione, Raffinazione e Domanda di terre rare per magneti.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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