Forse più di Giovanni Lamagna, autore di questo titolo e dell’articolo che segue, ho sempre diffidato dell’ estremismo, che non a caso Lenin indicava come malattia infantile del comunismo. Il massimalismo finisce quasi sempre per degenerare nel totalitarismo, come è accaduto, per il socialismo massimalista agli inizi del secolo scorso, col fascismo (Mussolini giovane, socialista massimalista) o lo stalinismo.
Ma se rifiuto il massimalismo, non mi credo neppure un “moderato” se, come spesso accade, il riformismo si limita a indicare correttivi al sistema capitalista. Credo piuttosto nel valore dell’utopia, a segnalare una meta e una direzione di marcia sia per l’azione politica che per la morale che deve accompagnarla. Una rivoluzione graduale che chiamano anche riformismo. Ma l’alternativa – come peraltro mi pare che riconosca Lamagna – è continuare a volere la luna lasciando le cose come sono per salvarsi l’anima.
Ciò significa che se nelle riforme si può richiedere un gradualismo non sono però tollerabili, come è accaduto alla socialdemocrazia, decisioni e comportamenti che vanno in direzione diversa o tantomeno opposta. E come continua ad accadere alla politica dei governi occidentali per quanto riguarda il clima, l’ecologia o la politica migratoria (nandocan).
di Giovanni Lamagna
Mi faccio sempre più convinto che questo mondo andrebbe cambiato radicalmente, rivoltato come un calzino, se si vuole davvero salvarlo. Per me, quindi, non hanno alcun senso prospettico la categoria politica di “moderazione” e/o, ancora meno, quella di “conservazione”.
Perché i cosiddetti moderati puntano in pratica soltanto a rinviare la morte, la fine di questo pianeta; a rallentarne l’arrivo; non ad eliminare radicalmente le cause di quella fine che non dipendono dalla natura mortale delle cose (questa sì, effettivamente, ineliminabile!), ma dai nostri comportamenti e dalle nostre scelte; quella morte cioè che ci daremo da soli, se non saremo capaci di invertire le tendenze oggi in atto e prevalenti.
I conservatori poi ci chiedono in pratica (quand’anche non ne siano del tutto consapevoli; ma possibile che non se ne rendano conto?) addirittura di perseguire la morte, la fine del Pianeta, di andarle, più o meno coscientemente, incontro, in nome (in buona sostanza) della difesa dei loro privilegi; come se la fine del Pianeta non coinvolgesse nel disastro totale anche loro e non solo quelli che sono vittime dei loro sfruttamenti.
Per cui oggi l’unico realismo serio, vero, fondato, è per me quello rivoluzionario, quello che si propone e persegue un cambiamento radicale del sistema economico, sociale, culturale, politico, che governa oggi, in forme diverse, ma sostanzialmente similari, il Pianeta (dagli USA all’Europa, dalla Russia alla Cina e all’India).
Allo stesso tempo, però, io dico subito (ad evitare facili malintesi) che la rivoluzione, di cui sto qui parlando, o sarà nonviolenta o non sarà affatto; nel senso che una eventuale “rivoluzione” violenta (ammesso che sia voluta, cercata e realizzata da alcuni, oltre che resa possibile dalle circostanze: cosa estremamente improbabile) condurrebbe anch’essa ad esiti nefasti, analoghi a quelli a cui ci stanno conducendo l’opzione moderata e quella conservatrice, di cui prima.
Come ci insegna d’altra parte l’esito di tante altre rivoluzioni violente realizzatesi nel corso della Storia, in primis di quella Francese del 1789 e di quella Russa del 1917.
Mi rendo conto, sono perfettamente consapevole, che forse (o senza forse) ciò che io – qui e ora – ritengo necessario è anche impossibile da realizzarsi, nel senso che non ce ne sono le premesse, le condizioni psicologiche individuali e quelle sociali collettive indispensabili. Ma ciò non toglie che questa è, a mio avviso, oggettivamente, realisticamente, l’unica via che potrebbe salvarci, se fosse imboccata.
Se non la si imboccherà (e io credo che – purtroppo! – non la si imboccherà, perché come Umanità nel suo complesso non ne siamo capaci, non vi siamo preparati, non ce ne sono le condizioni culturali e spirituali), l’esito per me è scontato, è nelle cose: sarà l’autodistruzione (attraverso una “bella” guerra mondiale nucleare) del genere umano e, forse, anche del Pianeta, come ecosistema, che ha reso possibile finora – pur tra miliardi di traversie – la vita dell’uomo sulla Terra.
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