Macron atomico ‘protegge’ l’Europa. Ma chi protegge la Francia da Macron?

Ma di che cosa stiamo parlando, dell’arma fine-di-mondo? Temo che questo folle war-game continuerà fino a che la scimmia non sarà completamente evoluta nell’uomo adulto. Oltretutto è un gioco molto costoso, che già sottrae miliardi di dollari agli investimenti per ridurre fame e ignoranza nel mondo. Un mondo che sembra aver partorito la classe dirigente più stupida della sua storia recente. E guardare la faccia da schiaffi di Macron sbucare sorridente da un sottomarino atomico non consola (nandocan)

Piero Orteca su Remocontro

Emmanuel Macron è aperto all’installazione di armi nucleari francesi in altri Paesi europei», titolava asciutto il Financial Times. Bisognerebbe, però, aggiungere subito che le bombe atomiche di Parigi sono ‘strategiche’. Sono fatte per spazzare via le città del nemico e, ovviamente, per essere successivamente ‘vaporizzati’ dal nemico.

Emmanuel Macron al varo di un sottomarino nucleare insieme a membri della marina francese, con simboli nazionali sullo sfondo.

Solo atomiche da ‘fine del mondo’

Solo che la Francia ne ha 290 (e dovrebbe ‘garantire’ tutta l’Europa), mentre la Russia viaggia verso le 5.600 testate. Comprese quelle ‘tattiche’ che, se usate, lasciano ancora un margine di riflessione, per aggiustare le cose. Siamo dunque a questo punto? La diplomazia è stata gettata definitivamente nella spazzatura e la crisi politica internazionale si è fatta irreversibile? Il nostro ‘amico francese’ (si fa per dire) bara. Sulla pelle di tutto il resto dell’Europa (e non solo) è chiaro, perché dopo essersi travestito da grande statista, avanza progetti ‘strategici’ che non hanno né capo e né coda. La sua foia di fare il primo della classe, in un’Europa orba di uomini politici di spessore, lo porta a straparlare. Gli Stati Uniti affondano nei gorghi del trumpismo? Niente paura, ci pensa lui a salvare il Vecchio continente, offrendo un’alleanza audace, a ‘quattro palle tre soldi’.

Smargiassate

Il ‘suo’ arsenale atomico dovrebbe terrorizzare Putin e difendere l’Europa dalle temute orde sarmatiche. Cominciando da Germania e Polonia, viste come vittime sacrificali, già ‘puntate’ da Vladimir il Terribile. Proviamo a smontare coi fatti questo teorema, nato in qualche dopocena all’Eliseo, dimostrando che, oltre a essere sconclusionato, ha dei risvolti di una pericolosità inimmaginabile.

La vera dottrina nucleare francese

È un pezzo che Macron predica tutto il contrario di quello che dice la dottrina nucleare ufficiale della Repubblica francese. Stiamo parlando di un arsenale (tutto incluso) di 290 testate, che utilizzano vettori missilistici lanciati dall’aria (caccia Rafale) e da quattro grandi unità subacquee (classe ‘Le triomphant’).  Il bottone atomico è di esclusiva pertinenza del Presidente. Figuratevi che per non avere inciampi in mezzo ai piedi, la Francia è sempre rimasta fuori dal Gruppo di pianificazione nucleare della Nato. Prima osservazione: offrire la deterrenza atomica francese a un alleato, significa che l’ombrello lo può aprire e chiudere solo Macron. Ma veniamo al «core» della dottrina, cioè allo scopo per il quale Parigi dovrebbe utilizzare l’arma atomica. Ce lo spiegano, in una lunga analisi, Hans Kristensen, Matt Korda ed Eliana Johns, del Bulletin of the Atomic Scientists.

‘Libro bianco della Difesa’

«Il Libro bianco del Ministero della Difesa del 2013 – scrivono i tre ricercatori – afferma che il deterrente nucleare francese ‘garantisce, in modo permanente, la nostra indipendenza decisionale e la nostra libertà d’azione nell’ambito delle nostre responsabilità internazionali, anche in caso di qualsiasi minaccia di ricatto che potrebbe essere rivolta contro di noi, in caso di crisi’». Se un aggressore non viene dissuaso, ha spiegato il Presidente Macron nel 2020, «le forze nucleari francesi sono in grado di infliggere danni assolutamente inaccettabili ai centri di potere di quello Stato. I suoi centri nevralgici politici, economici e militari». Un’altra (e fondamentale)  osservazione: la filosofia che sta alla base dell’eventuale utilizzo dell’arma atomica, non prevede dunque alcuna escalation. Ma solo un «first strike», un primo colpo persino non provocato e, soprattutto, una capacità di rappresaglia da secondo colpo. Da dirigere verso grandi centri urbani e, comunque, zone popolate.

I generali parlano chiaro

Durante un’audizione al Parlamento francese, l’11 gennaio 2023 – riporta il Bulletin – il generale Thierry Burkhard, capo della Difesa, ha ulteriormente spiegato la dottrina nucleare francese: «La nostra deterrenza non si articola attorno alla nozione di soglia, perché permetterebbe ai nostri avversari di manovrare in coscienza e aggirare la nostra deterrenza ‘dal basso verso l’alto’. La nostra capacità di deterrenza garantisce possibilità di secondo attacco grazie alla ridondanza di risorse e all’invulnerabilità della componente marittima. La possibilità di usare per prima l’arma nucleare è data per scontata: la nostra dottrina non è né quella del non primo utilizzo né quella dell’unico scopo, secondo cui le armi nucleari sono rivolte esclusivamente alla minaccia nucleare… La deterrenza nucleare non cerca di vincere una guerra o di impedire di perderne una». Insomma, mani libere e nessuna certezza sulle ‘linee rosse’ di utilizzo.

Polacchi e tedeschi ne sanno qualcosa?

Ora ci chiediamo, ma Donald Tusk (il polacco) e Friedrich Merz (il tedesco) hanno letto per bene le ‘clausole’ di quello che Macron gli vorrebbe fare firmare? C’è da restare allibiti, come due nazioni così importanti, onuste di glorie e di allori, si possano legare al carro (armato) di un vecchio biscazziere come il Presidente francese, che sta sfruttando la politica estera per far dimenticare tutte le catastrofi che combina all’interno del suo Paese. I suoi militari (se non sono peggio di lui) gli avranno spiegato che la guerra nucleare che sogna l’Eliseo non esiste.

Nella malaugurata ipotesi che i guerrafondai (di tutti gli schieramenti, nessuno escluso) dovessero riuscire a creare le condizioni per uno scontro, un’eventuale guerra atomica comincerà ‘a bassa intensità’, sui campi di battaglia pianeggianti dell’Europa centrale. A esplodere saranno proiettili d’artiglieria, missili e bombe dal raggio d’azione limitato. Le bombe dell’Apocalisse, come quelle che si vanta di avere Macron per “dissuasione”, è meglio che se le tenga strette nei bunker. Se ci tiene alla Francia.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere