L’attacco ai giudici

Bah, non è una novità, si può dire che il disprezzo della separazione dei poteri, fondamento di ogni stato di diritto, sia stato ritualizzato dalla nostra destra più o meno estrema da Berlusconi ad oggi. E dal governo lo si ripropone insieme al “premierato”, tanto per far capire che non rinunciano alle nostalgie. (nandocan)

di Massimo Marnetto

L’attacco di Salvini, Meloni e dell’intera destra ai giudici che si stanno occupando del ‘’caso Open Arms’’ richiede un intervento del Capo dello Stato, Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Si tratta di rimettere in chiaro i concetti di separazione dei poteri, uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, ma soprattutto dell’indipendenza dei giudici. Infatti, chi li taccia di distorsioni politiche nelle loro decisioni, li priva del requisito più qualificante del loro agire: la neutralità. 

Il protocollo del Quirinale impone un ‘’ritardo di autorevolezza’’ alla reazione del Presidente, che evita di prendere posizione in prossimità dei fatti, per non apparire parte di una polemica. Comprensibile, ma qui c’è l’urgenza di ribadire che la magistratura rappresenta il popolo – nel nome del quale emette le sentenze – e il suo dovere-potere di vigilare sui propri governanti, sottoponendoli alle stesse regole. L’attacco ai giudici è un attacco alla sovranità del popolo. Uno dei primi sintomi di un focolaio eversivo nel corpo della democrazia.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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