Antonio Cipriani su Remocontro
Mi piace pensare dove poggiare i piedi per guardare le stelle. Dove erigere cattedrali invisibili al desiderio, alla bellezza che è sempre un miracolo da cercare e ricercare senza tendere la mano, come uso non proprietario dei beni, dei luoghi, del tempo che verrà. Lo spirito rurale agisce in questo modo. La terra, le stagioni, il domani, il pensiero, l’orizzonte, la strada, l’aia, la poesia delle piccole cose si presentano con una modalità non privata e oscenamente chiusa, ma condivisa, partecipata e semplicemente corale. Siamo parte di un mondo che utilizziamo per il bene comune e per il bene futuro.
Concetti francescani, mi fa notare il barbiere anarchico. E mi cita un testo di Giorgio Agamben, che si intitola Altissima povertà, bellissimo, in cui il filosofo scrive della rivoluzione di San Francesco che si proietta fino ai giorni nostri con una certa urgenza: …”come pensare una forma-di-vita, cioè una vita umana del tutto sottratta alla presa del diritto e un uso dei corpi e del mondo che non si sostanzi mai in un’appropriazione. Cioè ancora: pensare la vita come ciò di cui non si dà mai proprietà ma soltanto un uso comune. Un tale compito esigerà l’elaborazione di una teoria dell’uso, di cui mancano nella filosofia occidentale anche i principi più elementari, e, a partire da essa, una critica di quell’ontologia operativa e governamentale, che, sotto i travestimenti più svariati, continua a determinare i destini della specie umana”.
Il libro di Agamben va alle sue conclusioni con questa profezia: “L’altissima povertà, col suo uso delle cose, la forma-di-vita che comincia quando tutte le forme di vita dell’Occidente sono giunte alla loro consumazione storica”.
Spirito rurale, rispetto per la vita
E qui siamo. Quando parliamo di spirito rurale parliamo di rispetto per la vita, per tutte le forme di vita, per la natura, quindi – per chi ci crede – per il Creatore. Uno spirito che si è perso nell’uso proprietario del bene comune, dello sfregio costante nei confronti dell’ambiente in cui viviamo, nell’indifferenza di fronte alle tragedie umane, nei confronti della sofferenza di chi sta peggio, nell’aver perso di vista la giustizia sociale che è la base della convivenza civile.
Spirito rurale come semplicità e gentilezza, dolcezza e condivisione, consapevolezza e conoscenza delle cose che occorrono per vivere, contro il conformismo a due facce che regola la nostra società, potentemente rilanciato dai media-megafono. Da una parte il conformismo di chi non ha più strumenti per capire, quello dell’obbedienza acritica e senza visione. Dall’altra il conformismo di chi avrebbe anche gli strumenti, ma li piega all’interesse miope del potere, di quelle suadenti forme di costruzione di valori che eludono coscienza e visione a vantaggio di un “qui e ora” dei cavoli propri. In tutti e due i casi parliamo dell’ esaltazione del superfluo, dello spreco, dell’inutilità come modello esistenziale.
In questa riflessione, in questi giorni, si è inserito un pezzo bello e acuto scritto da Pancrazio Anfuso. “Oggi, vivendo in campagna, sento parlare di spirito rurale e spesso mi è capitato di arricciare il naso, ricordando i racconti della fatica bestiale e della condizione poco più che misera di chi viveva lavorando la terra e tirando su le bestie, ed era tanto se riusciva a farlo in proprio e non a vantaggio di qualche grosso proprietario, a mezzadria o a giornata o come.
Però apprezzo e condivido l’idea che quello spirito (chiamarlo rurale è solo un modo come un altro di descriverlo) passi per le mani e per la cura delle cose che compongono l’ambiente, non in quanto tali ma perché funzionali a un ordine, cioè al mantenimento in efficienza di quello che serve a mandare avanti la bottega familiare. Che alla fine compone un quadro generale di cura che preserva e migliora l’ambiente circostante.
Seminare, raccogliere, riparare le cose, costruirne altre, immaginare l’uso alternativo di un oggetto da riciclare, fermarsi a osservare chi lo fa, apprezzarne la maestria. Anche di chi cucina, o fa il pane, o la pasta in casa, non so.
Non pesare gli oggetti per il valore che hanno, artistico o materiale che sia, ma per come possono essere utilizzati nel loro contesto, per i problemi che risolvono, per come contribuiscono alla sussistenza e alla prosperità della bottega familiare”.
E lo ringrazio. Perché Pancrazio parla dell’uso comune della bellezza e del futuro, lo descrive con una semplicità tanto perfetta quanto disarmante. Se non siamo capaci di vivere nel rispetto dei luoghi che abitiamo, delle persone che amiamo e che ci vivono accanto, siamo destinati a perderci nelle inutilità che ci seppelliscono. Questo non vuol dire dover per forza abitare in campagna, poggiare i piedi sull’erba e nel fango, camminare nei boschi e guardare l’orizzonte lontano ogni giorno, prima di tornare a calpestare l’etica nel lavoro e nella vita di tutti i giorni. Non vuol dire neanche rimpiangere il passato.
Conformismo cupo e ristretto
Vuol dire che il conformismo dello sguardo cupo e ristretto, ispirato da una modernità che lega i propri processi all’inutilità e all’obbedienza possa essere messo in discussione. Possa essere ravvivato da uno spirito diverso, che ci leghi a una visione della vita meno banale, nel segno di tre parole latine: lentius, profundius, suavius. Più lentamente, più profondamente e quindi meno superficialmente e con una diversa dolcezza.
Riprendere il filo dai luoghi in cui questo accade naturalmente sarebbe intelligente. Rovesciare su questi luoghi cemento, inutilità e perfida distruzione del bene comune sotto forma di modernità perfida sarebbe la fine. Anche se la modernità si presenta disegnata da archistar con tutto il farloccame del greenwashing.
Non smetteremo mai di sognare un mondo migliore.
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