Piero Orteca su Remocontro
A fine mese il generale Mark Milley, comandante degli Stati maggiori congiunti Usa, lascerà il suo incarico
‘Capo polarizzante’
Titolo del Washington Post: «È stato un capo polarizzante». Nel senso che non ha solo eseguito gli ordini, come devono fare tutti i soldati. Ma ha anche animato un vero e proprio dibattito politico, cercando di contribuire, con la sua larga esperienza, al processo di ottimizzazione della strategia di sicurezza americana. Non sempre riuscendo, però, a farsi ascoltare, sia da Joe Biden che dai suoi consiglieri di prima linea, più propensi a giocare una partita geopolitica tutta all’attacco. È successo con l’Ucraina e, come vedremo, in maniera abbastanza clamorosa anche con l’Afghanistan.
Però, siccome la lingua batte dove il dente duole, ecco come i giornalisti Lamothe, Ryan e DeYoung cominciano la loro lunga e stimolante analisi su Milley: «Mentre la guerra in Ucraina si avvicinava al suo primo anniversario, l’alto ufficiale del Pentagono, il 9 novembre dell’anno scorso, valutava la carneficina che aveva seguito l’invasione su vasta scala, operata dalla Russia. Con poco più di 100 mila soldati (solo a quell’epoca, n.d.r.) probabilmente uccisi o feriti da ciascuna parte -aveva detto allora- c’era una finestra di opportunità per concludere un accordo».
La ‘finestra’ per un accordo
Milley, aveva sfruttato l’occasione offertagli da una conferenza al ‘The Economic Club’ di New York, per affermare che entrambe le parti avrebbero dovuto riconoscere che la vittoria poteva essere ottenuta «con mezzi non militari», cioè, attraverso trattative diplomatiche. E, a questo punto, la disamina del Washington Post si fa drammatica, perché ricorda i toni accorati e il background storico evocato dal supergenerale americano: «Fece un paragone con la Prima guerra mondiale, spiegando come gli strateghi di un secolo prima avessero previsto una rapida fine dello spargimento di sangue, solo per trasformarlo in uno stallo impossibile da vincere. Che uccise milioni di persone e pose le basi per la Seconda guerra mondiale».
Una visione quasi profetica di ciò che sta succedendo oggi in Ucraina, fatta da un tecnico che ha sempre servito con grande devozione il suo Paese e la causa della democrazia. Un approccio da realpolitik, che guarda lontano e che così viene sintetizzato dallo stesso Milley: «Le cose possono peggiorare. Quindi quando c’è un’opportunità per negoziare, non te la far sfuggire. Se la pace può essere raggiunta, cogli l’attimo».
Cosa temeva e teme il generale
Ma cosa preoccupava, in particolare, il generale? Il Washington Post, forte delle sue notevoli entrature ai vertici dell’Amministrazione Biden e del Governo federale non ha dubbi, e rivela che Milley temeva (e teme ancora) un’escalation incontrollata, che potrebbe portare a un catastrofico confronto nucleare con la Russia. Anche, probabilmente, per una ‘miscalculation’, un errore, un incidente. Preoccupazione sottovalutata dalla Casa Bianca, ma che ha generato nervosismi a Kiev, perché frenava l’impegno americano, prima degli attuali ripensamenti del Congresso. Ma la politica Usa non è solo Ucraina.
Disastro Trump festeggia
Milley viene lodato dal Post per la sua intransigenza anche nei confronti di Trump. Il generale temeva che l’ex Presidente potesse impartire ordini di dubbia costituzionalità. «In quel caso – ha detto – nessuno li avrebbe eseguiti». Il generale ha avuto con l’ingombrante ex Presidente un rapporto tormentato. Tanto che Trump, la settimana scorsa, ricordando il prossimo pensionamento di Milley ha invitato tutti a festeggiare. Inoltre, lo ha accusato di essere ‘un disastro ferroviario’ e, secondo il Post, ha detto anche che «in altre epoche meritava di essere condannato a morte».
Tanto astio per un presunto affaire di telefonate fatte del generale ai vertici cinesi, per rassicurarli della tenuta della democrazia americana, nel periodo del marasma elettorale successivo alla sconfitta di Trump. Tuttavia, siccome abbiamo già detto che nemmeno Biden è ‘affezionato’ a Milley, per le sue puntuali osservazioni sulla guerra in Ucraina, occorre aggiungere che quando leggerà il rapporto del Washington Post, anche l’attuale Presidente festeggerà l’uscita di scena del ‘supergenerale’.
Ritorno all’Afghanistan
L’Afghanistan, una specie di macchia indelebile nella fedina politica di Joe Biden. Il Post scrive una storia dove Milley suggerisce e Biden fa l’esatto contrario. «Milley aveva chiesto di non ritirare tutte le forze, mentre i militanti talebani avanzavano costantemente verso la capitale afghana. Poi, però, ha tenuto a freno la lingua, quando il Presidente ha falsamente sostenuto che nessuno lo aveva incoraggiato a mantenere una presenza di circa 2.500 soldati statunitensi. Un mese dopo, davanti alla Commissione per le forze armate del Senato, il generale dichiarò che il collasso era stato un fallimento strategico».
Tornando all’Ucraina, va ricordata la previsione di due settimane fa di Milley, sulle difficoltà della controffensiva di Kiev. Lui le dava 30-45 giorni di tempo per arrivare fino a Melitopol e sfondare il corridoio del Donbass. In effetti, le forze di Zelensky avanzano, ma sempre lentamente. Troppo lentamente. Forse Milley, un anno fa, aveva ragione.
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