I droni cambiano la guerra: l’uso peggiore dell’intelligenza artificiale

Soltanto i folli o gli ingenui possono pensare che l’uso dell’intelligenza artificiale porti ad una riduzione dei danni e delle vittime di una guerra. Al contrario, servirà a ridurre i rischi e incoraggiare l’aggressività di chi potrà più di altri disporre di raffinate tecnologie militari. Che soprattutto le grandi potenze saranno liete di mettere al servizio di nuove guerre “per procura”. (nandocan)

Dopo l’Ucraina la guerra non sarà più come prima. I droni si sono impossessati della scena e non la abbandoneranno. Robot aerei, marittimi e terrestri. Purtroppo è il trionfo dell’intelligenza artificiale piegata a scopi bellici, denuncia Avvenire. Sprovvisti di aviazione e di marina, gli ucraini hanno ripiegato sull’impiego dei velivoli senza pilota. I russi si sono adeguati. Il mondo anche: Usa e Ue studiano l’uso peggiore dell’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale in guerra

Robot aerei, marittimi e terrestri di ogni tipo e dimensione. «Alcuni sono ingegnosi -segnala Francesco Palmas, analista di cose militari-. Sfidano la fisica del volo e del nuoto: i droni sono i kamikaze del XXI secolo, federano militari e civili, fondi pubblici e privati, spinoff universitari e grossi attori come Kalashnikov, Rostec, Ua Dynamics, Athlon Avia e Ukrspecsystem. Tutti concorrono alla guerra, con soluzioni talvolta inedite, capaci di rivoluzionare il conflitto aero-navale e di imporre nuove sfide agli stati maggiori».

Cosa fanno i droni

Nei due eserciti, russo e ucraino, i droni stanno giocando molti ruoli: vanno all’attacco, fanno spionaggio, guidano le armi, sono ponti di comunicazione, combattono missioni di guerra elettronica e ingannano il nemico. Filmando le distruzioni, diffondono immagini vincenti, utili per impressionare il pubblico globale e alimentare la propaganda interna. Come se non bastasse, queste macchine sovvertono i ruoli appartenuti un tempo ai jet e alle cannoniere navali, troppo vulnerabili ai missili.

L’inutile F-16 tanto invocato

Il cacciabombardiere classico ha i giorni contati, sostiene l’analista. O almeno ne esce ridimensionato. «È un lusso che costa troppo e, se abbattuto, priva in un colpo solo di uomini irrimpiazzabili. I russi lo sanno. Non si avventurano più in Ucraina: da oltre un anno, i loro aerei bombardano solo dalla Bielorussia, dal mare e dall’oltrefrontiera. Un monito preoccupante per tutti».

‘Lezioni ucraine’ e riarmo stupido

Gli occidentali osservano stupefatti e rincorrono, e spesso improvvisano. Scenari da ‘fantaguerra’: «Cacciabombardieri che combatteranno scortati, preceduti da sciami di droni intelligenti, economici e sacrificabili. Anche in mare si copierà l’Ucraina, prima nazione al mondo ad avere una brigata interamente equipaggiata con droni, che navigano in superficie o semi-sommersi». E i droni-esca diventano l’incubo della contraerea, perché la obbligano a svelarsi, esponendola ai missili tradizionali. Non solo: il trio ‘drone-artiglieria-guida satellitare’ sta agitando spauracchi imprevisti per i carri armati e i blindati. «Mai, prima dell’Ucraina, i droni avevano provocato così tante distruzioni, opera dell’Aerorozvidka degli uni e dei Lancet degli altri».

Si alzano gli scudi

Il fenomeno è inedito, studiato attentamente nelle scuole di guerra occidentali. In America, come in Europa, è già corsa agli scudi, che dovranno proteggere dai robot volanti le colonne motorizzate, «altrimenti nessuno oserà più sedersi all’interno di un tank o di un blindato». E quindi, futuri Leopard o Abrams semiautonomi e senza equipaggio. Meno morti ma stessi spechi assurdi. E l’analisi profetizza ‘colonne in marcia scortate da flotte di droniche scruteranno tutto e risponderanno ai missili nemici’. Retrovie sigillate da radar integrati, «perché l’Ucraina insegna che non ci sono più santuari inviolabili. Con i droni a lunghissimo raggio, autoprodotti, Kiev sta insidiando ormai anche la Moscovia, a 500 chilometri dal fronte». La guerra in casa della Russia.

Tra gli obiettivi di Kiev

Colpire a distanza per  smascherare l’impotenza degli avversari, insidiare depositi, basi militari e centri di potere, e logorare l’avversario con un’escalation progressiva di obiettivi colpiti. Si era partiti con l’affondamento dell’ammiraglia del Mar Nero, per arrivare al ponte di Kerch, in Crimea, e polmone delle armate occupanti.

«Operazione Mosca»

I ‘Castori’, il nome, tradotto, dei droni Beaver usati dagli ucraini per arrivare a Mosca. Pochissimi danni materiali ma grave impatto politico. Quei droni disturbano e spaventano, e bloccano a singhiozzo gli aeroporti della capitale, paralizzandone il traffico. «Appaga il desiderio di vendetta ucraino e mette a dura prova la popolazione nemica, colpendo la borghesia urbana». Risvolti psicologici, perché nessuno ama che la guerra gli arrivi dentro casa. Con l’Armata Rossa costretta a militarizzare le città.

«Potere dei droni, tacciati troppo frettolosamente in passato di essere l’artiglieria dei poveri. Ne sentiremo ancora parlare perché, purtroppo, la guerra ha fin troppi estimatori fra le élite politiche».


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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